Arrestato all’età di 17 anni è ora condannato alla crocifissione

Si può parlare ancora di crocifissione nel 2015? Accade in Arabia e la vittima è un ragazzo arrestato a 17 anni per essersi opposto al re in Arabia Saudita.

imageEbbene sì, nel 2015 possiamo ancora parlare di crocifissione. Possiamo entrare nel mondo dell’informazione e incappare in una notizia del genere: Ali Mohammed Baquir al-Namir, ragazzo oggi 21enne, nato in Arabia Saudita e ivi cresciuto, è stato condannato alla crocifissione o meglio, prima decapitato e poi crocefisso fino alla putrefazione.

Il reato di cui si è macchiato consiste nell’aver osato manifestare contro il re, ed è stata la cosiddetta goccia che ha fatto traboccare il vaso della giustizia Saudita.  Ali è visto come un pericoloso oppositore al sistema, in quanto nel 2011, quando aveva 17 anni, era stato arrestato per reati commessi durante la Primavera Araba (il nome con cui vennero chiamate le proteste sfociate contro molti governi tra il Medio Oriente e l’Africa del Nord).

 

Ali è in prigione  dal febbraio 2012. Nel maggio 2014 una corte dell’Arabia Saudita ha raggiunto il verdetto: condanna a morte tramite crocifissione. Nella sentenza le motivazioni spaziano dall’incitamento alla rivoluzione alla sommossa contro il re dell’Arabia, per finire al possesso d’armi.

La notizia ha cominciato a girare sul web dopo che il re, Salman bin Abdelaziz al Saud, ha confermato la condanna a morte del giovanissimo oppositore.

In prima linea ci sono le associazioni umanitarie; Amnesty International ha indetto una petizione per bloccare questo efferato omicidio, perché qui non stiamo parlando di giustizia. E soprattutto perchè l’Arabia Saudita ha firmato la Convenzione sui diritti dell’infanzia che proibisce il ricorso alla pena di morte per reati commessi da minori di 18 anni.

E andando più a fondo nella vicenda si scopre che Ali è il nipote dello sceicco Nimr Baqr al-Nimr, anch’egli arrestato durante gli avvenimenti della Primavera Araba e condannato a morte. I due sono sciiti, uno  dei due principali rami della religione musulmana e corrispondono al 13%, l’87% invece è di orientamento sunnita.

Per quel che riguarda i “5 pilastri”, così chiamati i principi fondamentali dell’Islam, le due scuole si equivalgono:

  • accettazione di un unico Dio e Maometto come suo ultimo profeta (Shahadatein)
  • si devono obbligatoriamente fare 5 preghiere al giorno (Salah)
  • si deve donare il 2,5% del reddito annuo ai poveri (Zakah)
  • si deve digiunare nel mese del ramadan (Siam)
  • si deve andare in pellegrinaggio a La Mecca almeno una volta nella vita (obbligo assoluto per tutti quelli in grado di farlo).

Le differenze si trovano nella legittimazione dei leader della comunità musulmana:

  • per i sunniti il califfo è il leader della comunità e l’Imam è una figura religiosa che guida la preghiera in moschea
  • per gli sciiti, invece, l’Imam è anche il Califfo, e devono essere discendenti della famiglia di Maometto, sono considerati leader spirituali, religiosi e politici della comunità (unmah).

E la scissione è avvenuta subito dopo la morte del profeta Maometto nel 632.

Le due correnti di pensiero,spiegate molto sinteticamente, sono alla base di questo odio viscerale, tanto che per molti sunniti i peggiori nemici dell’Islam sono proprio gli sciiti, e si arriva ad estremismi come nel caso di Ali.

Possiamo capirlo, ma accettarlo rimane più complicato: certi estremismi vanno ripudiati a prescindere dai motivi.

Il mondo dello spettacolo, della cultura, e associazioni varie lanciano appelli. In Italia gli organizzatori del Salone del Libro 2016 di Torino non inviteranno come Paese Ospite l’Arabia, ci sarà comunque uno spazio sulla letteratura araba. Il consiglio di amministrazione del Salone ha raccolto l’invito del Sindaco di Torino, Piero Fassino, e del presidente della regione, Sergio Chiamparino, i quali avevano chiesto un gesto plateale per protestare contro la crocefissione di Ali.

L’ambasciatore arabo in Italia ha poi risposto con un appello: non interferire negli affari interni di un altro Stato e non dare lezioni di diritto umani, ha citato i 14 reati per cui Ali è stato condannato e ha concluso dicendo che l’Arabia è un Paese orgogliosamente indipendente e non è mai stato dominato da potenze coloniali. Non è loro uso interferire negli affari interni di altri Paesi e non tollereranno che altri interferiscano nei loro.

Cari Unigenitori a voi le conclusioni, e se pensate che sia giusto provare a fermare questa esecuzione potete firmare la petizione di Amnesty International.

Speriamo che questa storia finisca bene come quella di Meriam, la donna sudanese incinta condannata a morte e poi liberata. 

Firma: Davide Testa

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