Bambini rubati alle famiglie per un “esperimento sociale”

Nei primi anni cinquanta bambini della popolazione inuit, gli eschimesi della Groenlandia, vennero deportati in Danimarca per creare una nuova classe sociale. Gli effetti furono disastrosi.

 

bambini deportati inuit


 

Quante volte abbiamo guardato ai paesi dell’Europa del Nord come esempio di civiltà e di avanzamento culturale. La storia che vi stiamo per raccontare però non va in quella direzione…

La Groenlandia é  stata una colonia danese dal 1721. Fino alla prima metà del novecento, la maggioranza degli indigeni che la popolava (di etnia inuit) viveva grazie alla caccia alle foche, non parlava il danese e la tubercolosi era diffusa.

Per “modernizzare” l’isola il governo danese decise che occorreva creare un nuovo tipo di abitante della Groenlandia. Fu così che all’inizio degli anni cinquanta la Danimarca indisse un Programma di rieducazione forzata dei bambini groenlandesi. Il progetto, organizzato in collaborazione con la Ong Save The Children, aveva come scopo dichiarato il miglioramento delle condizioni di vita della colonia danese, creando un’élite per guidare la Groenlandia.

Il governo inviò  dei telegrammi ai preti e agli insegnanti che si trovavano nell’isola antartica, la piu’ grande del pianeta, chiedendo di selezionare i bambini piu’ intelligenti, tra i 6 e i 1o anni.

bambini deportati in quarantena


 

Prima del trasferimento e dell’affidamento a famiglie danesi, i piccoli dovevano trascorrere l’estate in una sorta di campo estivo. In realtà era una quarantena, dato che i danesi temevano delle  possibili malattie infettive da parte dei piccoli inuit.

E nell’estate del 1951 questa sorte toccò  ad Helene Thiesen, una bimba di 7 anni. Due ufficiali dell’esercito danese andarono a prelevarla nella sua casa di Nuuk, la capitale della Groenlandia.  Convinsero la madre di Helene, spiegandole che le avrebbero insegnato il danese e garantito un’ottima istruzione. La madre dopo un’iniziale rifiuto, accettò, anche perché aveva da poco perso il marito, morto per tubercolosi, e doveva ancora crescere tre figli.

Helene si ritrovò così con altri 22 coetanei su una barca, destinazione Danimarca. Il primo posto fu Fedgaarden per la precisione, il luogo dove era stato allestito il cosiddetto campo estivo. Qui Helene contrasse un eczema e ricorda, in un’intervista alla BBC, che la sua famiglia affidataria danese presso la quale andò dopo il campo estivo la ricoprì con un unguento nero e le vietò di entrare in salotto, per non far sporcare la mobilia.

Helene racconta: ” Non mi sentivo la benvenuta in quella famiglia, mi sentivo un’estranea. Non mi fidavo degli adulti, perché erano stati loro a portarmi in Danimarca. Ogni volta che mi rivolgevano la parola, mi limitavo ad annuire o a scuotere la testa”

L’anno successivo Helene, assieme a 2/3 dei bambini “deportati”, venne riportata in Groenlandia, mentre sei bambini rimasero con le rispettive famiglie adottive con il supporto di Save The Children.

Helene tornò dalla madre e le racconto’ tutto quello che aveva dovuto subire. Si accorse che la madre però non proferiva parola, e quando lo fece Helene non capì nulla. Si resero infatti conto solo allora che parlavano due lingue diverse.

Nel frattempo la Croce Rossa danese aveva istituito un orfanotrofio a Nuuk, e qui vennero trasferiti i piccoli inuit di ritorno alla Danimarca, Helene compresa. Tutto questo  per evitare che tornassero a vivere con le proprie famiglie. Nell’orfanotrofio era rigorosamente vietato parlare eschimese, la lingua groenlandese. Helene  avrebbe voluto  ricominciare a parlarlo, ma la regola era ferrea: si parlava solo il danese.

Il trauma fu tale che Helene si ritrovò, anche in età adulta, a piangere senza un perché.

Nel 1996 un giornalista danese scoprì le carte che attestavano che si era trattato di un esperimento sociale e informo tutti i bambini che erano stati coinvolti, tra cui Helene. Fu così che incontrò altri che avevano subito la sua stessa sorte, e capirono che c’era qualcosa  di fortemente sbagliato in quello che avevano vissuto da piccoli.

Molti di loro divennero degli alcolizzati, e morirono in giovane età, o divennero senza tetto, dei disadattati. Persero il senso d’identità insieme alla madre lingua.

Nel 1998 la Croce Rossa danese  ha chiesto scusa agli  inuit. Undici  anni dopo, nel 2009, lo fece anche  Save The Children, ammettendo che si era trattato di violazione dei diritti fondamentali dei bambini.  Il benessere dei bambini era passato in secondo piano in un progetto che voleva dimostrare come i Danesi potessero “cambiare il futuro” dei bambini della Groenlandia.

Il governo danese oggi ancora tace, nonostante le pressioni e le richieste da parte delle vittime.

bambini deportati Helene da grande

Lo scopo  di questa deportazione era come la strada per l’inferno: lastricato di buone intenzioni. E Helene oggi 71enne e sposata con un uomo danese, in pensione dopo essere diventata preside in una scuola, afferma che non perdonerà mai  il governo danese e dichiara: “Non sono mai riusciata a capire come abbiamo potuto usarci per i loro esperimenti. E’ assolutamente incomprensibile e sono ancora piena di rancore. E lo sarò fino al giorno della mia morte.”

E voi cari  unigenitori conoscevate questa storia? Cosa pensate dell’esperimento danese e del silenzio ancora tenuto del governo?

 

(Fonte: BBC)

Firma: Davide Testa

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