“Feste di adozione”: possono essere l’occasione migliore per far incontrare bambini e aspiranti genitori?

Gli adoption parties consistono in giornate organizzate per fare incontrare bambini in attesa di adozione con possibili genitori. Non tutti però li vedono in modo positivo. E voi li vorreste in Italia?

coppia adottiva con figlia

Mentre in Italia, con l’approvazione della legge eterologa, si discute se questa sia preferibile all’adozione internazionale con toni piuttosto accesi noi di Universomamma vi parliamo degli adoption parties, una modalità di incontro tra genitori disposti ad accogliere bambini rimasti orfani o che non possono più vivere con la loro famiglia di origine.

Gli adoption parties sono particolarmente diffusi in America e in Gran Bretagna e consistono in una giornata in cui, mentre i bambini giocano intrattenuti da clown e attività varie, un gruppo selezionato di aspiranti genitori adottivi li osserva, interagisce con loro e, in caso, chiede maggiori maggiori informazioni alle assistenti sociali presenti.

Contro gli adoption parties: perché dire no

Le opinioni circa questa pratica, che negli Stati Uniti è in voga fin dagli anni Settanta, come intuirete, sono molto discordanti e differiscono a seconda dei punti di vista dei protagonisti coinvolti in quella che per qualcuno può sembrare una sorta di fiera o un brutto remake di una scena alla Dickens in uno degli orfanotrofi inglesi di fine Ottocento.

C’è chi, tra i più estremisti, pensa che non sia etico “scegliere” un piccolo come se fosse a una sfilata di abiti, qualcun altro invece, giustamente, si preoccupa per l’effetto che può avere un’esperienza simile sulle menti dei piccoli protagonisti, che potrebbero andare incontro a numerose delusioni.

Regole di comportamento per i genitori

Per capire però la vera natura di questi adoption parties bisogna sapere che esistono delle “regole” di comportamento e, naturalmente, dei requisiti per potervi accedere sempre sotto la supervisione delle assistenti sociali o famiglie affidatarie dei bambini.

Gli adulti devono:

  1. essere persone che hanno dimostrato l’intenzione di voler adottare un minore
  2. non possono parlare con un solo bambino per tutto il tempo di permanenza
  3. non possono fare ai bambini promesse di alcun tipo

D’altro canto i piccoli ospiti sanno che si tratta di un’occasione dove poter incontrare i loro nuovi mamma e papà, ma che questo non accade sempre.

Solitamente i bambini sono così presi dal gioco da non cogliere quasi l’eventuale imbarazzo o disagio dei grandi e raramente chiedono di poter tornare a casa con una delle persone che ha prestato loro particolare attenzione.

Per i genitori infine è predisposta anche una stanza per potersi ritirare per raccogliere le idee, riprendesi dal peso di un’eventuale ondata emotiva o chiedere maggiori informazioni su un bimbo in particolare.

Pro e contro degli Adoption parties

La questione è complessa. Certo i più piccoli magari potranno anche non essere pienamente consci di quel che sta accadendo, ma i più grandicelli invece, che magari sono già stato a numerosi parties e in diverse famiglie affidatarie sì. E sicuramente non è piacevole per loro vedersi sempre preferiti a un bimbo ritenuto più “gestibile” perché più piccolo o con un passato meno difficile.

D’altra parte essendo più consapevoli della propria situazione si sentono più partecipi anche del processo adottivo rispetto al passato e dello scoccare del feeling con la loro nuova potenziale famiglia o accorgersi che non sono i soli bambini al mondo in quella situazione.

Quest’ultimo infatti è uno dei punti fondamentali a sostegno della tesi della bontà degli adoption parties da parte di coloro che li organizzano.

Nella adozioni tradizionali i genitori non possono incontrare i bambini in modo così rilassato e informale e spesso l’associazione con l’adottando viene fatta direttamente dalle agenzie.

Le affinità, la complicità o l’assenza di esse che scattano con qualsiasi essere umano che incontriamo non possono essere comprese da un faldone con un’immagine e qualche nota sulla storia personale del piccolo.

Un altro elemento per niente trascurabile è il fatto che a far parte di questi gruppi sono bambini che in altri contesti avrebbero poche chances di essere adottati perché:

  • troppo grandi
  •  hanno fratelli e sorelle
  •  hanno problemi di salute
  • provengono da contesti di disagio e abuso
  • sono stati a lungo nel sistema affidatario

Ad esempio il The Guardian cita il caso di Thomas, un bimbo con un problema cardiaco che è stato adottato da una coppia che mai avrebbe pensato di voler prendere con sé un piccino con problemi di salute. Ora Thomas è la loro fonte di gioia e ha anche aiutato la sua mamma ad essere più determinata a lottare contro il proprio cancro.

I più difficili, alla fine, restano gli adulti o perché inizialmente imbarazzati o intimiditi dalla situazione o ancora, sopraffatti dal numero di bambini abbandonati e bisognosi di affetto. Dopo i primi momenti però, solitamente anche quelli più restii si sciolgono un po’ e partecipano ai giochi dei piccini.

Per molti è l’occasione di vedere davvero quello a cui stanno andando incontro nel loro percorso adottivo o magari cambiare idea sull’età del bimbo a cui aspirerebbero.

Bridget Betts, mamma affidataria di due ragazzini che ha portato a diversi adoption parties, forse è quella che riassume meglio la situazione: “è dura e in un mondo perfetto non ce ne sarebbe bisogno, in un mondo perfetto nessun bambino ne avrebbe bisogno“.

Noi tutti però viviamo nel mondo reale e sappiamo bene che altrimenti questi bambini avrebbero poche speranze di trovare una mamma e un papà. Il 20% di questi bimbi trova una casa e forse questo l’unico dato che conta.

E voi unimamme cosa ne pensate di questa iniziative? Se ci fosse questa opportunità in Italia partecipereste?

 

 

(Fonte: The Guardian/ The Indipendent)

Firma: Maria Sole Bosaia

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