Andarsene è l’unica soluzione per i giovani italiani?

Un circolo vizioso che preoccupa analisti genitori, ragazzi, imprenditori. I giovani scappano dall’Italia. I numeri impressionanti del rapporto Svimez

Abbiamo di recente parlato di giovani e lavoro e scoperto quali sono le professioni di un domani che in realtà è già oggi. Ma la prospettiva dei giovani non è affatto rosea e come recita un libro del giornalista Giovanni Floris, tra nord e sud d’ Italia si fotografa una situazione da “separati in patria“.

Un profondo divario, è difatti messo recentemente nero su bianco dal rapporto Svimez – Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno:

  • 30mila giovani emigrati
  • l’istruzione nel Mezzogiorno di Italia non conviene, non professionalizza e non fa trovare lavoro.

E’ questo solo un piccolo scorcio dello specchio sconfortante  che travolge in pieno il “capitale umano” della nazione, ed in particolare del Sud Italia.

Giovani e lavoro: l’investimento più promettente è abbandonare l’Italia

Vengono definiti NeetNot in Education, Employment or Training – secondo una categoria anglosassone che descrive l’esclusione dei giovani dai processi produttivi. Ragazzi istruiti e non che costituiscono un vero e proprio “esercito ” di capitale umano escluso dall’impiego. Ed é a loro che il rapporto Svimez si sofferma registrando:

  • nel 2013 in generale in Italia i Neet hanno raggiunto i 3,6 milioni,
  • il trend di crescita del numero di Neet è esponenziale, quasi 26% in più rispetto al 2008,
  • oltre la metà di loro, ben il 56,2% sono donne,
  • quasi 2 milioni di questi, il 54,6% abitano nelle regioni del Sud.

Dati impressionanti che se sommati ad un approfondimento su “chi sono” descrivono una gravità della situazione senza pari:

  • mentre negli anni passati la “generazione Neet” riguardava per lo più i livelli di scolarità più bassa, adesso il 58% ricomprende diplomati e laureati. Dal 2007, quando l’Italia si attestava già sotto di 16 punti rispetto agli indici europei, il dato è peggiorato ulteriormente: solo il dei giovani 48,3% è riuscito a trovare lavoro, contro una media UE che è del 75,6%.

Il significato di questi dati: una generazione dispersa

Qual è il significato di questi numeri? Quale il loro impatto sociale?

Il rischio enorme per il Paese è quello di vedere disperso il lavoro e l’investimento nell’istruzione delle nuove generazioni e quindi dei pilastri della società del futuro. Una emorragia che non si arresta e che è strettamente causata da:

  • percezione di insicurezza per il proprio futuro,
  • un numero sempre inferiore di immatricolazioni e quindi investimento nell’istruzione,
  • lo scarso vantaggio, in termini di occupazione e di reddito, dell’investimento nella formazione più avanzata,
  • il peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie.

In conclusione un allontanamento dall’ET 2020, il quadro strategico per la cooperazione europea per il settore dell’istruzione, nel quale si fissa l’ obiettivo che l’82% dei giovani diplomati e laureati, tra i 20 e i 34 anni, trovino occupazione dopo non più di tre anni dal conseguimento del titolo.

Quali sono le cause?

Secondo il rapporto le cause di questo “disastro” annunciato sono:

  • scarsa innovazione di un sistema economico,
  • allungamento del periodo di transizione tra scuola e lavoro,
  • il sistema di finanziamento delle università che sta determinando una vera e propria penalizzazione delle università meridionali.

In particolare, il crescente meccanismo di premialità  attribuito annualmente sulla base di criteri ministeriali ha determinato in soli tre anni uno spostamento di impressionante di euro investiti nelle università dal sud al nord. Un colpo letale per le Università del meridione nel tentativo di riallinearsi agli standard internazionali.

Un circolo vizioso insomma, che preoccupa non solo gli analisti per il processo in atto di desertificazione di un’ampia regione del Paese, ma anche genitori, ragazzi, industriali e speriamo presto anche la politica chiamata a scelte di sinergia, di rete, e che guardino molto oltre i settori, mirando a un “sistema” che tenga “anche” conto del lungo termine.

Care Unimamme, voi cosa ne pensate? Cosa consigliereste ai vostri ragazzi?

(fonte: Corrieredellasera/ Svimez)

Firma: Manuela Leone

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