Marijuana medica invece della chemio per combattere il cancro

Una mamma che decide di usare la marijuana al posto della chemio per il figlio malato di cancro, viene denunciata da un dottore, e rischia di dover fare i conti con i Servizi Sociali.

Ultimamente si sente tanto parlare del Metodo Stamina, come cura alternativa nei casi disperati di malattie rare come le malattie neurodegenerative. Ma diverse sono le cure alternative a quelle tradizionali, non ancora riconosciute o che incontrano forti resistenze, è il caso ad esempio della marijuana e del suo utilizzo a scopo terapeutico.

Nel nostro Paese,ad esempio, nel 2007  l’uso della cannabis con fini terapeutici è stato legalizzato e grazie al Decreto Balduzzi risalente a febbraio 2013, ora si puo’ usufruire anche dei farmaci naturali derivati dalla pianta, e viene ulizzata per contrastare la spasticità secondaria in malattie neurologiche, la nausea e il vomito indotti da chemioterapia o radioterapia, il dolore cronico neuropatico non rispondente ai farmaci disponibili, ecc.

Di recente però si parla sempre più spesso dell’utilità della marijuana per contrastare il “male del secolo”, il cancro. Ma raccontiamo una storia per capire meglio.

Landon Riddle ha 3 anni e da uno è alle prese con una brutta leucemia. Inizialmente la madre, Sierra Riddle, decide di seguire il protocollo che si addice a questi casi, sottoponendo il piccolo ad un intenso trattamento di chemioterapia.

Landon però ha una pessima reazione alla chemio:

  • rimette una decina di volte al giorno,
  • patisce dolori continui
  • manifesta problemi nervosi.

Una volta, in seguito ad una sessione di chemio, è  rimasto addirittura 25 giorni senza mangiare.

‘Era più o meno sempre sotto morfina liquida, Ativan e Promethexane’ ha raccontato la madre alla Cnn ‘E, molto semplicemente, non lo aiutava.

Disposta a tutto pur di migliorare le condizioni di vita di suo figlio, Sienna fa una scelta radicale: si trasferisce dallo Utah a Colorado Springs dove la cannabis medica è legale ed dove comincia a far assumere a Landon diversi derivati della pianta, fra cui Cannabidiol (CBD) e Tetrahydrocannabinol (THC).

La mamma racconta che in sole quattro settimane Landon inizia a stare meglio, tanto da farle decidere di interrompere la chemio e di curarlo usando esclusivamente la cannabis; oggi la malattia di Landon è in recessione e il piccolo sembra aver recuperato le energie.

Distinguendo tra i derivati della pianta:

  • secondo una ricerca del California Pacific Medical Center a San Francisco il CBD, composto non psicoattivo e non tossico della cannabis, può  aiutare a fermare la metastasi per varie patologie del cancro,
  • mentre stando alle dichiarazioni di alcuni pazienti il THC, componente psicoattivo della marijuana, produce una sensazione di benessere e può agire come antidolorifico e contro la nausea.

La decisione della mamma di Landon però non è piaciuta ai medici che lo seguono e uno di loro ha riportato il caso ai servizi sociali. ‘Mi stanno forzando ad andare contro la mia volontà come genitore e, soprattutto, mi stanno obbligando a far peggiorare la salute di Landon ha denunciato la donna, che non ha intenzione di tornare sui suoi passi. ‘Non appena abbiamo cominciato ad utilizzare l’olio [estratto dalla marijuana Ndr], le sue piastrine si sono regolarizzate, tornando ai livelli di quelle di una persona in salute e i dottori non riescono a spiegarsi il perché“, ha affermato la donna.

Il caso di Landon non è il primo in situazioni di questo tipo: già nel 2012 una bimba di 7 anni dell’Oregon (Usa), Mykayla Comstock, fece scalpore per aver usato la cannabis come rimedio contro gli effetti collaterali della chemio.

Di certo non rientra nelle nostre competenze giudicare la validità o meno di una cura; quello che è certo però, come nel caso del Metodo Stamina, è che in queste situazioni decidere è difficilissimo, straziante.

Non vi chiediamo di immaginare quale sarebbe la vostra reazione se vi trovaste al posto dei  genitori che ogni giorno combattono per la vita dei loro figli; sarebbe troppo crudele e in ogni caso sarebbe impossibile per chi non ha vissuto esperienze come queste immedesimarsi completamente in tale situazione.

L’angoscia, la corsa contro il tempo, la speranza che nonostante i pareri medici il bimbo possa stare meglio, la ricerca notturna sul web di rimedi non convenzionali, l’attesa delle analisi, la paura di star sottoponendo il bambino a torture inutili quando potrebbe godersi gli ultimi giorni lontano dall’ospedale, mista al terrore di strapparlo a quella che potrebbe essere la sua unica salvezza.

No, chi non lo prova non puo’ capire, nè giudicare.

Quello che è auspicabile da parte di tutti è che si giunga presto a una situazione più chiara, nella quale prevalga solo l’interesse per la salute del paziente anziché quello  delle lobby e delle case farmaceutiche.

Quello che ci auspichiamo inoltre, è che un genitore che si trova in tale enorme difficoltà non venga mai più messo alla gogna dai medici perchè tenta di salvare la vita del suo bambino…

Firma: Paola Giglio

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