Il puzzle evolutivo dell’omosessualità

Le origini biologiche dell’omosessualità: molti studi le confermano. Come conciliarle con la teoria evolutiva di Darwin?

Negli ultimi anni molti studi tendono a indagare, e a confermare, l’origine biologica dell’omosessualità.

Ma come è possibile conciliare queste scoperte con la teoria darwiniana dell’evoluzione?

In effetti questi studi danno vita a un paradosso ben espresso nell’articolo di William Kremer:

  • se l’omosessualità ha una componente genetica come evidenziano gli ultimi vent’anni di ricerca, com’è possibile che questo tratto si riproponga alle successive generazioni se queste persone non si riproducono?

Cerchiamo di capirne di più e di trovare una strada per risolvere questo puzzle evolutivo.

Una delle spiegazioni più logiche è che il gene o i geni collegati all’omosessualità non si occupino esclusivamente di quello.

Anche i non omosessuali li porterebbero e quindi li passerebbero ai propri figli.

Per esempio:

  • un gene che moltiplichi la desiderabilità dei maschi aumenterebbe il numero dei figli di una donna, ma allo stesso tempo, se presente nel codice genetico di un uomo, potrebbe portare la persona ad essere attratta dal proprio stesso sesso.

 

Un’altra ipotesi sostiene :

  •  che gli omosessuali avrebbero un particolare tipo di comportamento chiamato da Paul Vaseyl’aiutante del nido“.
  • Un omosessuale avrebbe particolare cura e attenzione nei confronti dei suoi nipoti e quindi aiuterebbe i fratelli ad avere più figli.
  • Dato che tra fratelli il codice genetico è per un venticinque per cento in comune ecco un modo per veicolare questi geni anche alle future generazioni.

 

Altre ricerche hanno cercato di individuare questo tipo di comportamento tra la popolazione omosessuale ma, se si eccettua la popolazione gay delle isole Samoa, dove gli omosessuali hanno una maggiore integrazione, le ricerche in Asia o in Occidente non hanno portato risultati.

 

Alcuni studiosi hanno invece deciso di trovare la soluzione capovolgendo le premesse:

  • non è vero che i gay non hanno figli.
  • Oggi alcune coppie omosessuali hanno figli prendendo “in prestito” una madre o grazie all’inseminazione artificiale.

Ma anche escludendo questo fenomeno e considerando le epoche passate, gli omosessuali hanno sempre subito dalla società una spinta a formare famiglia.

E quindi a riprodursi.

Oggi, secondo il Williams Institute, il 37% dei gay, bisessuali e transessuali hanno figli.

Ma non è tutto nel DNA.

Per Qazi Rahman è fondamentale considerare altri aspetti biologici come

  • l’effetto “fratello maggiore”: ragazzi che hanno un fratello più anziano hanno maggiori probabilità di diventare gay e per ogni ulteriore fratello queste probabilità salgono di un terzo.
  • Questo effetto deriverebbe dalla madre che per ogni figlio maschio svilupperebbe un’immunità o una resistenza ad alcune proteine necessarie allo sviluppo di un cervello maschile.

Anche esposizioni durante la gravidanza a forti livelli ormonali di testosterone influenzerebbero l’orientamento della futura figlia.

Infine Qazi Raham fa notare come spesso siano i media a semplificare troppo: gli alleli e i geni coinvolti potrebbero essere decine o centinaia.

Il “problema” è più complesso di quello che sembra e l’omosessualità, per quanto sempre più accettata culturalmente, sembra destinata a continuare a fare notizia.

Voi unimamme cosa ne pensate?

 

 

Firma: Stefano

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