“Quando le foglie si muovono al vento, è Meadow…”

Una lettera bellissima di una madre che racconta la sua esperienza di morte perinatale.

Ci eravamo già occupati della morte perinatale, un evento che colpisce i genitori, i quali improvvisamente devono fare i conti con la morte del proprio bambino durante le settimane di gestazione, prima ancora di riuscire a portare a termine la gravidanza.

Si tratta di un trauma fortissimo, che ovviamente lascia dei segni anche nella futura decisione di avere un figlio.

Poiché ottobre è il mese dedicato alla morte perinatale, noi di Universo Mamma vogliamo onorare tutte le donne che purtroppo hanno perso un bambino con una lettera di una mamma che lo è diventata per tre volte: alla prima gravidanza la bambina che aspettava è morta alla ventesima settimana. Ma il suo racconto pieno di speranza, tradotto in italiano dal sito thebirthingsite.com può essere d’aiuto a tutte coloro che hanno passato o stanno attraversando un momento difficile:

Una donna su quattro avrà l’esperienza di un aborto spontaneo. Siete una di quelle? Io lo sono. 

La storia della mia trasformazione da bambina a donna è bellissima, ma non senza tragedie. Prima di lasciare la mia città natale, prima di conoscere mio marito, prima di conoscere il significato di diventare adulti, ho scoperto di essere incinta a 19 anni. Vivevo in un mio appartamento, ero fidanzata con il mio ragazzo da quasi due anni e avevo un lavoro decente nelle assicurazioni. Alla fine, essere incinta non era poi così terribile. Ma essendo giovane e poiché non avevo nessun segnale, ho scoperto di essere incinta piuttosto avanti. Ero quasi alla 16 settimana. Sfortunatamente diventare padre era una prova troppo grande per il mio “tesoro” e mi ha lasciato il weekend stesso in cui gli ho detto di essere incinta. Il dolore per aver perso il mio fidanzato e lo stress di diventare una madre single mi avevano fatto entrare in una terribile spirale. Forse questo aveva contribuito, forse no, ma un pomeriggio, prima che entrassi nella 20esima settimana, sono entrata in travaglio. Ricordo che quel giorno iniziò con dei crampi e con un’indolenzimento, che non avevano niente in comune a quando non avevo mangiato o bevuto o passato molte notti a piangere sul mio cuscino invece di dormire. Dopo pranzo andai in bagno e ricordo che stavo perdendo sangue. Tutto da quel momento è confuso. Non mi ricordo di aver lasciato il lavoro e di aver guidato fino all’ospedale. Non mi ricordo di essere stata ricoverata o di essere arrivata in stanza. Non mi ricordo di essere stata sedata. Quello che ricordo è di essermi svegliata il giorno dopo, in una nebbia totale, con una flebo di morfina e senza un’anima viva intorno. Mi sembrava che fossero passate ore prima che qualcuno mi venisse a controllare e quando l’infermiera è arrivata con il dottore e mi ha detto che cosa è successo, mi sono sentita come in un sogno. Avevo perso il bambino, anzi una bambina, subito dopo essere arrivata in ospedale. Aveva il cordone ombelicale anormale e la sua crescita è stata compromessa, fermandosi a 16 settimane. Ho avuto un’emorragia e anche un trauma dell’utero, cosa che mi avrebbe dato delle complicazioni in futuro, ma comunque stavo bene. Mi hanno lasciato sola con i miei pensieri. Non ho chiesto di vedere la bambina. Non mi hanno chiesto di darle un nome. Sento un po’ di rimorso, ancora oggi, di non aver avuto la possibilità di tenerla tra le braccia. 

Sono poi entrata in quello che probabilmente il periodo più brutto della mia vita. Ho smesso di andare al lavoro, ho lasciato il mio appartamento, incominciando a dormire dai miei amici. Alcuni mesi più tardi ho conosciuto mio marito: ci siamo sposati cinque mesi dopo esserci detti “ciao” per la prima volta. Subito dopo abbiamo dato il benvenuto alla nostra prima figlia. Sono stata terrorizzata per quasi tutta la gravidanza che qualcosa andasse storto: lei non sarebbe sopravvissuta, mio marito mi avrebbe lasciato, o qualsiasi altro incubo. Non mi ricordo quando gli ho parlato della mia prima gravidanza, ma ricordo la comprensione nei suoi occhi e l’amore in cui le sue braccia mi hanno accolto. Mi ricordo di aver pensato, forse per la prima volta da quando le avevo detto addio, che ogni cosa sarebbe andata bene. E’ stata una sua idea quella di darle un nome e abbiamo scelto Meadow.

Sono passati sette anni da quanto Meadow se n’è andata, ma la penso ancora molto. Quando le foglie si muovono al vento, è Meadow. Quando un bambino ride per la prima volta, è Meadow.  Quando un fiocco di neve bacia la mia guancia, è Meadow.  E quando quando guardo le mie due figlie e gioco con i loro capelli o faccio loro il solletico alla pancia o le stringo forte, Meadow è lì. 

Ha vissuto per pochissimo tempo nel mio utero, ma vivrà per sempre nel mio cuore.

Una donna su quattro ha detto addio troppo presto. Una su quattro non conoscerà mai la gioia di portare a casa il suo bambino. Oggi noi onoriamo queste donne, le più forti di tutte. Oggi le abbracciamo forte e mostriamo loro il nostro amore, ricordando che non solo sole. Oggi ricordiamo i bambini che hanno perso, che sono andati via, ma mai dimenticati.

Pace e amore,

Nik”. 

Firma: Valentina Colmi

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