Lo studio come palestra di vita. Quante volte abbiamo sentito questa frase e quante volte abbiamo pensato che non avesse senso e che il lavoro, la vita, si imparano lontani dai banchi di scuola? Specie se pensiamo ai sempre più alti costi dell’istruzione nel nostro paese.
Un dossier chiamato “Dispersione” e presentato da Tuttoscuola , una casa editrice, nonchè un mensile per operatori del settore, che da oltre 35 anni si occupa di tematiche educative, sui risultati raccolti in 20 anni per misurare la consistenza e l’andamento del fenomeno della dispersione soclastica negli istituti statali d’istruzione secondaria superiore, ci illustra però un quadro molto differente e preoccupante: quasi 3 milioni di studenti (2 milioni e 900 mila) abbandonano la scuola e non conseguono il diploma. Se consideriamo che il numero totale degli studenti di quella fascia è di circa 9 milioni possiamo renderci subito conto di come questo fenomeno riguardi 1 ragazzo su 3.
Il mancato conseguimento del diploma ha un effetto devastante sul futuro del giovane: molti infatti non riescono a trovare lavoro e non si istruiscono attraverso nessun altro canale formativo. Sono i cosiddetti NEET, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che in Italia rappresentano il 23,9% per questa età e che in paesi in crisi ma più virtuosi, come la Germania, si attestano invece intorno al 10%.
“NEET è l’acronimo inglese di “Not (engaged) in Education, Employment or Training“, in italiano anche né-né, utilizzato in economia e in sociologia del lavoro per indicare individui che non sono impegnati nel ricevere un’istruzione o una formazione, non hanno un impiego né lo cercano, e non sono impegnati in altre attività assimilabili, quali ad esempio tirocini o lavori domestici.” si legge su Wikipedia.
Il fenomeno della dispersione è ancora più forte nelle isole dove raggiunge il 35% mentre la punta massima si ha a Caltanissetta con il 41,7%.
I NEET costano allo Stato italiano ben 32,6 miliardi di euro l’anno e senza prospettive per il futuro questo costo non può che aumentare.
Nel rapporto si legge “Sono cifre “da guerra mondiale”. E’ una shoah sociale, un’emorragia che ogni anno indebolisce il corpo sociale del paese e ne riduce la capacità di competere come sistema nazionale nella società della conoscenza, che non sembra però essere vissuta come una vera emergenza”
Se volete consultare il dossier lo potete trovare sul sito Tuttoscuola.
Una delle fonti di più grande preoccupazione per tutte le unimamme è sicuramente il futuro professionale dei propri figli, specialmente in tempo di crisi. Purtroppo le notizie buone tardano ad arrivare.
Speriamo che il progetto “Scuole aperte” di cui vi abbiamo parlato, possa contribuire a migliorare la situazione.
E voi unimamme, che ne pensate?
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