In un articolo sulla Psicologia e l’infanzia avevamo compreso attraverso le parole del professore Peter Gray, dottore in psicologia, perché il liberare l’istinto di giocare nell’ infanzia renderà più felici, più autosufficienti per la vita. L’impossibilità per i bambini di giocare e godere la propria infanzia produce il grande rischio diventare emotivamente instabili, ecco perché il gioco è così importante.
La trasposizione ludica rappresenta una parte significativa delle interazioni sociali, ed anche grazie al gioco i bambini imparano a sviluppare e ragionare attraverso il pensiero strategico.
La capacità di ragionare in modo strategico è la capacità di confrontarsi con una controparte prevedendo i cambiamenti del suo comportamento in risposta ai nostri, a capacità di adottare strategie di gioco che tengano conto delle idee dell’altro sul nostro comportamento. Facciamo un esempio: pensate di aver incontrato una cara amica appena uscita da un negozio. Lei ha acquistato un capo del quale è entusiasta e ve lo mostra… a voi non piace affatto. Abbozzate e dite: beh bello, sono sicura ti starà benissimo indosso. Beh, stiamo mentendo, consapevolmente perché sappiamo di non volerle dare dispiacere, abbiamo agito attraverso un pensiero strategico.
Grazie ad uno studio recentemente condotto da Itai Sher, Melissa Koenig e Aldo Rustichini, dell’Università del Minnesota a Minneapolis, e focalizzato sullo sui progressi dei bambini di diversa età nelle prestazioni strategiche, siamo oggi in grado di dire che il pensiero strategico si sviluppa nei piccoli a partire dai 7 anni.
Per arrivare a determinare questo, gli studiosi hanno messo a punto una serie di esperimenti che ha coinvolto 69 bambini tra i 3 ed i 9 anni, e 44 adulti.
Grazie a test di monitoraggio durante semplici giochi competitivi contro un avversario, si è registrato il momento in cui il bambino metteva in atto modifiche della propria condotta di gioco al fine di indurre in errore l’avversario e vincere. Questo ragionamento comincia tra i 6 e i 7 anni; prima di questo momento i piccoli, pur avendo una “teoria della mente” degli altri, non riescono a tradurla ed adottare di conseguenza un comportamento efficace
Insomma un passaggio fondamentale questo nello sviluppo del pensiero e che li accompagnerà poi tutta la vita. “Io credo che tu credi che io creda…”, un concetto difficile da comprende e sviluppare ma alla base della psicologia sociale.
Voi care Unimamme pensate sia davvero così? Credete che in alcuni casi questo meccanismo possa scattare più precocemente, ad esempio nei figli unici o bambini con fratelli molto più grandi?
(fonte: lescienze)
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