“L’Italia odia le madri?”. La decisione di riaprire fabbriche, negozi e uffici senza aver pensato alle famiglie fa discutere, soprattutto perché in gran parte saranno sicuramente le donne a dover rinunciare al lavoro o a doverlo coniugare con la gestione dei figli e della casa.
Unimamme, sappiamo che tanti genitori stanno guardando con giustificata apprensione al 4 maggio, data di inizio della fase 2 in cui, pur non riaprendo luoghi aggregativi o educativi per i bambini e i ragazzi le loro mamme e i papà dovranno tornare al lavoro.
Ormai è risaputo che in altri Stati europei si sta procedendo ad aprire scuole o asili nidi, mentre in Italia le scuole apriranno, si spera, a settembre, mentre, in previsione anche dell’estate, non si sa nulla su possibili soluzioni che possano andare incontro alle esigenze delle famiglie. A questo proposito una mamma, Elisabetta Gualmini, eurodeputata del Pd, nonché professoressa di Scienze Politiche, riflette sulle contraddizioni di un Paese come il nostro, che si dice a favore delle famiglie, ma che ha deciso di aprire prima fabbriche e aziende e, solo dopo e chissà quando e come, scuole e asili. Tutto questo, ancora una volta, andrà a scapito delle donne che saranno costrette a prendere permessi, ferie, se non proprio a rinunciare al lavoro duramente conquistato.
La Gualmini rimarca che è dagli anni Cinquanta in poi che i parenti sono chiamati ad aiutare i genitori con figli. “Il nostro è un modello di welfare “familistico”, ma non nel senso che aiuta le famiglie, ma nel senso che scarica sulle famiglie tutti i compiti di cura e accudimento che lo stato non riesce a svolgere.”
Purtroppo la nostra società è ancora fondata sul lavoratore uomo che ha un buon posto di lavoro, a tempo indeterminato magari e mentre il suo lavoro è sacro, intoccabile e garantito da tante tutele, alla donna, se vuole essere anche mamma, deve accontentarsi, nel migliore dei casi, di un lavoro flessibile, pagata di meno, magari un part time elemosinato e concesso a fatica, un lavoro spesso precario. Il dramma della pandemia ha sottolineato ancora una volta le disparità in vigore. Già, perché i nonni, per i fortunati che li hanno ancora attivi e in salute, dovrebbero essere lasciati in panchina per timore di contagiarli. Le scuole, come dicevamo, rimarranno chiuse fino a settembre, forse. In questo clima di incertezza i genitori avrebbero bisogno di procedure chiare e precise per potersi organizzare.
L’occhio quindi cade sugli altri Stati in cui i nostri stessi problemi sono stati affrontati in modo diverso. In Germania, per esempio, i servizi educativi per i figli dei lavoratori dei servizi pubblici essenziali sono rimasti aperti. E così è stato anche in Inghilterra per i genitori che hanno dovuto lavorare durante il lockdown e per i piccoli più fragili. In Olanda a fine aprile riaprono le scuole primarie, così i bambini avranno mezza giornata da trascorrere a scuola. In Francia si riprenderà l’11 maggio sempre a scaglioni e così via. In Danimarca con le elementari e Norvegia con gli asili si è già ripartiti.
E da noi? Non basta che gli insegnanti italiani siano diventati più abili con la Didattica a Distanza, occorre pensare all’insegnamento outdoor, a laboratori a piccoli gruppi, all’assistenza a minori con disabilità.
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Unimamme, cosa ne pensate delle sue parole riportate su Huffington Post?
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