Riforma Storica al Parlamento Europeo: riguarda le eurodeputate in maternità

Un’aula solenne, una neonata tra le braccia, uno scatto che sposta l’aria: è l’Europa che guarda se stessa allo specchio 

C’è un’immagine che non si dimentica: Cristina Guarda, eurodeputata italiana dei Verdi, con la bimba stretta a sé tra i banchi del Parlamento europeo.

Riforma Storica al Parlamento Europeo: riguarda le eurodeputate in maternità
Riforma Storica al Parlamento Europeo: riguarda le eurodeputate in maternità

Dice tutto in un colpo: la fatica di esserci, il costo invisibile delle scelte, la normalità che non si inginocchia alle regole d’aula. Per anni quella normalità ha sbattuto contro un muro. Una norma del 1976 imponeva il voto personale e in presenza. Niente eccezioni, nessuna finestra, nessuna flessibilità.

La politica, allora, aveva un solo corpo in mente: maschile, instancabile, sempre disponibile. Il tempo è passato. La regola è rimasta. Finché qualcosa, lentamente, si è mosso. Prima i post indignati. Poi le denunce formali. Infine, una breccia. Non ancora una rivoluzione, ma una porta che si apre quanto basta per far passare una carrozzina.

Il Consiglio dell’Unione europea ha approvato una riforma che introduce il voto per delega per le eurodeputate in maternità. In pratica, una deputata incinta o che ha appena partorito potrà affidare il proprio voto a una collega, senza essere fisicamente in aula. La finestra copre i tre mesi prima del parto e i sei successivi. È una novità che riconosce un principio semplice: la rappresentanza non deve saltare quando nasce un figlio.

Non è tutto in discesa. La riforma dovrà passare per la ratifica dei parlamenti nazionali dei 27 Stati membri. L’obiettivo dichiarato è renderla operativa entro le elezioni europee 2029. Tempi lunghi, certo. Ma in politica europea cinque anni sono un sussurro, se la direzione è chiara. E il messaggio è limpido: il voto dei cittadini non va in congedo.

C’è anche la voce di chi l’ha vissuta. Guarda ha raccontato l’assurdo di essere segnata “assente” mentre diventava madre. La presidente Roberta Metsola ha parlato di modernizzazione democratica. Tradotto: nessuna cittadina e nessun cittadino perde rappresentanza perché una donna allatta.

Il nodo dei padri esclusi

Qui arriva il colpo di tosse. La delega vale solo per le madri. I padri restano fuori. Su spinta, dicono a Bruxelles, anche di Italia e Ungheria, il congedo di paternità non entra nella riforma. Un compromesso che graffia: si apre ai diritti delle madri, ma si lascia l’idea che la paternità sia un optional. È un passo avanti con una scarpa allacciata e una slacciata.

Il contesto dice che l’Europa cammina a due velocità. In alto le donne sembrano ovunque: Commissione con Ursula von der Leyen, diplomazia con Kaja Kallas, BCE con Christine Lagarde. Più giù i numeri cambiano musica: nel 2024 le elette al Parlamento sono il 38,5% (erano il 41% nel 2019). La Svezia supera il 60%. Cipro non ha inviato neanche una donna. L’Italia è intorno al 35%, meglio di dieci anni fa, ma non abbastanza per dire “ce l’abbiamo fatta”.

Allora la riforma è storica? Sì, se la guardiamo dal corridoio giusto: per la prima volta l’Europa scrive che maternità e politica possono coesistere. No, se ci accontentiamo e dimentichiamo i padri alla porta.