Sulla Croisette arriva una commedia che non chiede permesso: Club Kid. Il debutto alla regia di Jordan Firstman accende il Festival di Cannes 2026 con un mix raro di cuore e risate. È il tipo di film che ti fa dire “ecco, mi serviva proprio questo”.
A Cannes l’aria è diversa. Il mare spinge, le code scorrono, i telefoni vibrano. In mezzo al brusio, un titolo rimbalza. Club Kid entra in sala per Un Certain Regard e tutti drizzano le orecchie. Non è solo curiosità. È la sensazione che qui ci sia un tono nuovo, limpido, vicino.
Chi conosce Jordan Firstman sa da dove arriva questa voce. Autore e performer, cresciuto tra sketch virali e monologhi taglienti, ha allenato lo sguardo su fragilità moderne e vanità quotidiane. Io lo ricordo in pieno lockdown: quelle “impressions” assurde e sincere facevano ridere e, intanto, scrostavano una patina di posa. Portarle al cinema è un rischio. Ma è anche il passo giusto quando vuoi smettere di commentare il mondo e provi a raccontarlo.
La sezione Un Certain Regard non è un parcheggio laterale. Nasce nel 1978 per dare spazio a prospettive inusuali e ad autori in crescita. Qui spesso si vede la curva che il cinema prenderà domani. Il programma riunisce in media una ventina di titoli, scelti per sguardo e identità. È un terreno che chiede personalità. E premia chi la mette in gioco.
Arriviamo al punto centrale a metà strada, come in una passeggiata che sale senza strappi. Club Kid funziona perché non scambia la commedia per leggerezza a buon mercato. Lavora a due mani. La risata arriva pulita. La ferita resta in vista. La promessa, dichiarata fin dalla presentazione, è un’opera “piena di cuore e di risate”. In sala questa promessa prende forma in scene brevi, ritmo elastico, battute che non masticano il sentimento ma lo fanno emergere.
Chi è Jordan Firstman, da internet al grande schermo
Firstman porta con sé un bagaglio chiaro: tempi comici secchi, autoironia, attenzione al costume digitale. Ha trasformato la battuta in lente d’ingrandimento. Al cinema cambia la scala, non l’intenzione. L’obiettivo è la riconoscibilità. Vuole che tu ti ci riveda, anche quando ti fa arrossire. È una traiettoria che molti autori comici hanno tentato. Funziona quando dietro l’arguzia c’è un sentimento testardo di verità.
Dati concreti? Siamo a maggio, al Palais des Festivals. Cannes richiama ogni anno decine di migliaia di accreditati e un Marché che supera le diecimila presenze professionali. In questo contesto, l’attenzione pesa. Determina vendite, tenitura in sala, dialogo con i festival successivi. Al momento non ci sono note ufficiali su premi o distribuzione italiana di Club Kid. È giusto dirlo. Ma il passaparola sulla Croisette conta. Spesso anticipa quello che succederà dopo.
Perché Un Certain Regard conta
La sezione ha spinto film che poi hanno trovato strada globale. Non per moda, per coerenza. Cerca visioni laterali ma comunicative. Se Club Kid sta qui, il segnale è chiaro: è un’opera prima con un punto di vista. Non urla per farsi notare. Si mette al centro e chiede ascolto.
Mi piace pensare che il titolo dica già qualcosa. “Club” come luogo di corpi e di suoni. “Kid” come promessa e precarietà. Il resto lo farà il tempo, con lo sguardo di chi esce dalla sala e ci ripensa sul bus, in ufficio, davanti a cena. In fondo, che cos’è una commedia se non la prova generale di come stiamo insieme? E tu, in quale risata ti sei riconosciuto l’ultima volta che ti sei sentito visto per davvero?