“Così si salvano i pazienti”: il medico coraggioso che non si sente “eroe” | FOTO
“Così si salvano i pazienti”: il medico coraggioso che non si sente “eroe” | FOTO

“Così si salvano i pazienti”: il medico coraggioso che non si sente “eroe” | FOTO

Il dottor Pietro Severo Micheli è un medico che fa ancora servizio a domicilio con la tuta di contenimento e mascherina, ma non vuole sentirsi dire “eroe”.

medico orzinuovi
Così si salvano i pazienti il medico coraggioso che non si sente eroe FOTO Universomamma.it

Il dottor Pietro Severo Micheli è un medico di base di Orzinuovi, un comune in provincia di Brescia tra i più colpiti dall’epidemia, che continua fare visita ai malati.

Un medico continua a salvare i pazienti andando a visitarli a casa

Unimamme, sappiamo che ora ci sono nuove procedure per ottenere una ricetta o un consulto telefonico dal medico, ma ce n’è uno, il dottor Pietro Severo Micheli che continua a visitare a casa i suoi pazienti armato di attrezzature anticontagio. Il medico ha 1550 assistiti, ma non solo. Vado anche all’estero: sono appena tornato da Castrezzato”. Riceve 100 telefonate al giorno, ma non rifiuta nessuno. “Salgo in auto, entro in casa del paziente, lo visito, torno in auto, cambio guanti e calzari, vado a casa di un altro paziente e via. Me lo sogno anche la notte». Lavora tantissimo questo medico, facendo servizio anche la domenica.

Ultimamente è circolata molta retorica sul lavoro degli operatori sanitari, che sono stati definiti, a più riprese, eroi. Il dottor Micheli è chiaro su questo punto: “Eroe? Una c… Faccio il mio lavoro, e ci tengo a farlo bene. Non siamo stati costretti a laurearci in Medicina. Sappiamo che il nostro lavoro comporta dei rischi. È normale. Sarebbe come se un carabiniere si rifiutasse di andare in strada“. Non tutti i suoi colleghi hanno deciso di assumersi certi rischi e lo possiamo comprendere bene. Il dottor Micheli cita un collega che aveva smesso di fare visite e che ha comunque preso il coronavirus.  Il medico è sicuro del suo operato e della sua efficacia. «Andare casa per casa, farsi vedere, ha dato un vantaggio ai miei pazienti. Finora, ho seguito più di 100 casi. Ne ho mandati al pronto soccorso 26, poi risultati tutti positivi: di questi, ne sono morti cinque. Altri cui non è stato fatto il tampone avevano un quadro clinico inequivocabile, da Covid-19: ora stanno guarendo. Consideri che, escluse le case di riposo, Orzinuovi finora ha avuto un’ottantina di vittime”.

Il dottor Micheli sa che ci sono dei rischi. Il 25 febbraio, quando ancora l’emergenza coronavirus non era conclamata ha visitato un paziente poi morto per il Covid – 19. All’epoca non aveva le protezioni di cui è dotato adesso. Il suo tampone è poi risultato negativo. Così si è fornito di guanti e mascherine, dopo essersi procurato anche i copriscarpe ha iniziato a indossare anche la tuta. Quando l’Ats ce l’ha data mi sono messo a ridere. E invece era indispensabile»All’inizio il dottor Micheli non era l’unico a continuare a fare visite a domicilio, c’era anche un collega: Massimo Bosio. Purtroppo quest’ultimo ha visitato un paziente senza protezioni, quando non si usavano tutto ciò che ci sono ora, “Come me, purtroppo, all’inizio non si era protetto. Anche altri colleghi si sono ammalati sul lavoro: sono stati contagiati quando ancora si pensava che questa cosa fosse lontana”.

Visitare i malati per questo medico è indispensabile perché consente di misurare la concentrazione di ossigeno. Inoltre, dalla sua esperienza questo dottore ha ricavato una preziosa nozione.I primi cinque-sei giorni sono cruciali: se si riesce a superarli, ci sono ottime possibilità di guarire“. Purtroppo mancano i tamponi, ma in realtà anche questi non sono definitivi: “ è anche capitato di avere tanti falsi negativi, peraltro con doppio tampone: solo la radiografia al torace ha rivelato il coronavirus”. Riguardo alla polemica sulle zone rosse da chiudere subito il medico conclude così: “Avremmo dovuto chiudere tutto, non solo Orzinuovi. Ma ormai le polemiche non contano. Bisogna solo pensare a salvare i pazienti”. 

Unimamme, cosa ne pensate di questa storia raccontata sul Corriere?

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