Adesso si chiamano “selfie”, un tempo si chiamavano “autoscatti”: prima – sto parlando di alcuni anni fa neanche poi tanti – si doveva mettere la macchina fotografica in modalità giusta e poi si doveva correre in posa sperando di venire bene. Adesso che i cellulari hanno anche l’opzione della camera rivolta verso sé stessi, si passa il tempo a fotografarsi. Se prima i tentativi erano uno o al massimo due, adesso si prova e si riprova l’espressione migliore per poterla condividere sui social. C’è qualcuno che addirittura si guadagna da vivere così: si chiamano “influencer” e basta che indossino o parlino di questo o quel prodotto per essere pagati.

Non so voi, ma ho visto persone che si fotografavano per strada, al supermercato, persino vicino ad un cartello stradale. Ma non la prenderei troppo sul ridere, visto che secondo alcuni psicologi della Nottingham Trent University e della Thiagarajar School of Management in India, scattarsi i selfie è una vera e propria malattia.

I selfie sono una vera e propria malattia 

In uno studio pubblicato sull’International Journal of Mental Health and Addiction, infatti, si tratterebbe di una patologia che ha anche una progressione:

  • cronica: quando si avverte un incontrollabile bisogno di scattarsi foto praticamente a tutte le ore del giorno per postarle sui social anche più di 6 volte
  • acuta: quando ci si fotografa per diverse volte al giorno e tutte le immagini vengono pubblicate
  • borderline: quando si scattano selfie almeno 3 volte al giorno senza necessariamente pubblicarli sui social

Per raggiungere questa classificazione è stato fatto un sondaggio su 400 Indiani, visto che l’India è il Paese con il più alto numero di morti dovute a selfie “pericolosi”. I ricercatori hanno scoperto che chi soffre di questa patologia è sempre alla ricerca di attenzione, ha scarsa autostima, e spera di avere un rilievo sociale grazie al consenso delle sue foto.

E’ stata individuata anche una scala di “affermazioni” che possono essere usate per determinare la severità della “selfite” determinando quanto gli individui sono d’accordo o meno. Gli esempi includono: “Mi sento più popolare quando posto i miei selfie sui social” oppure “Se non faccio i selfie, mi sento escluso dal gruppo che mi segue”.  

Dr Janarthanan Balakrishnan, ricercatore associato della  Nottingham Trent’s Department of Psychology, dice: ” Adesso che la condizione è stata appurata, si spera che le ricerche in futuro possano concentrarsi a capire di più perché e come le persone possono potenzialmente sviluppare un disturbo ossessivo e aiutare le persone che ne sono affette”. 

Sono state poi individuate altri disordini che possono essere ricollegati alle tecnologie: la “nomofobia”, ovvero la paura di non essere vicino ad un cellulare, la “tecnoferenza”, ovvero la costante intrusione della tecnologia nella vita di tutti i giorni e la “cybercondria”, ovvero continuare a cercare on line i sintomi delle malattie. 

E voi unimamme cosa ne pensate? Intanto vi lasciamo con il post che parla di fare attenzione ai “selfie” perché possono essere pericolosi.