Internet, nelle scuole italiane non siamo connessi.

Internet è deficitaria nelle scuole primarie e secondarie. In Italia i docenti si trovano inermi di fronte agli interessi reali degli studenti e delle famiglie, in un mondo che è andato troppo avanti rispetto ai metodi di insegnamento adottati nelle nostre scuole.

 

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Oggi saper utilizzare bene internet è diventato essenziale, come saper leggere e scrivere. Iniziare sin dall’infanzia diventa una priorità, e quindi lo è  avere docenti preparati a questa esigenza, nonchè strutture e strumenti adeguati. Ma come si presenta la situazione nel nostro Paese?

Internet a scuola: la situazione italiana

Quasi una scuola su due (46%) non ha una connessione internet. Alle elementari la percentuale scende all’11% e non si vedono cambiamenti all’orizzonte.

Per fare qualche esempio: all’istituto comprensivo “Gramsci” di Camponogara (Venezia) i tablet della quinta B li hanno comprati i genitori e i ragazzi fanno lezione con il metodo “Classroom”, un metodo di insegnamento metodo di insegnamento capovolto, o a classe ribaltata. Si elimina il rapporto rigido docente-allievo, fatto di lezioni frontali, studio individuale a casa e interrogazioni in classe.

L’insegnamento capovolto nasce dall’esigenza di rendere più produttivo il tempo-scuola, in un mondo della comunicazione radicalmente mutato negli ultimi anni. La diffusione del web ha prodotto un distacco sempre più marcato, di gran parte del mondo scolastico dalle esigenze della società, dalle richieste delle imprese e dalle abilità e desideri degli studenti. Si è osservato che gli interessi degli studenti sono sempre di più esterni alle mura scolastiche. L’insegnante ha un compito sempre più arduo nel trasmettere cultura, perché il web si presta per tale scopo in modo più completo, versatile, aggiornato ed economico.

L’insegnamento rovesciato punta a 2 tipi di lavori:

  • un lavoro a casa, che sfrutta appieno le potenzialità dei materiali culturali on-line,
  • un lavoro a scuola che consente di applicare, senza ristrettezze temporali, una didattica laboratoriale e personalizzata.

Altri esempi per comprendere meglio la nostra situazione: la “Diaz” di Ponte Mensola (Firenze) ha vinto un bando di diecimila euro per l’acquisto di tablet e lavagne multimediali. Una volta arrivati gli strumenti, mancava però qualcosa di essenzilale: il cablaggio e la rete wi-fi.

Al “Mamiani” di Roma, la preside ha fatto un appello pubblico e una nota marca di computer ha donato cinquanta postazioni  ai ragazzi del liceo.

Al sud la situazione è ancora più deficitaria. 260 presidi su 300 ( dalla Puglia alla Sicilia, passando per la Campania) hanno rifiutato la proposta del Garr, un consorzio che gestisce la super-rete in fibra ottica della ricerca scientifica in Italia, di una rete super veloce e gratuita, in cambio solo di un canone annuale di manutenzione di 3 mila euro. “Soldi di cui gli Istituti scolastici non dispongono“, hanno tuonato i presidi affranti da una lotta burocratica contro i mulini a vento.

Dalle Alpi fino agli Appennini, e isole comprese, la digitalizzazione scolastica in Italia è da terzo mondo.

Nel piano della “Buona Scuola” presentato da Renzi e dal Ministro della Pubblica Istruzione Stefania Giannini, si parla di “coding”, un metodo per promuovere una nuova forma di insegnamento dell’informatica a partire dalla scuola primaria. Il problema è, dati del Miur,  che solo il 10% delle nostre scuole elementari e il 23% di quelle secondarie ha una connessione internet. Rare anche le lavagne multimediali, presenti solo nel 26,2% delle classi e ad avere la lim ( Lavagna Interattiva Multimediale) alle medie sono il 27,3% delle aule.

Inutile snocciolare i numeri delle realtà degli altri paesi europei , sono impietosi. Basti pensare che in paesi come la Svezia o la Finlandia,  avere la rete wi-fi  e un personal computer per ogni alunno è la normalità, in Italia si è costretti a fare lezioni di informatica con tre alunni per banco.

E voi, cari Unigenitori, cosa ne pensate?

 

(Fonte Il Fatto Quotidiano)

Firma: Davide Testa

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