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Scuola

Perché è sbagliato usare parole come: disabile o immigrato?

Published by
Michele

Care Unimamme, il linguaggio è uno degli aspetti fondamentali della socialità di certo tra i più incisivi. Linguaggio verbale e non verbale compongono la comunicazione e soprattutto in alcuni ambiti risulta particolarmente importante riporre massima attenzione per non correre il pericolo di discriminare anche solo a parole.

E’ stato proprio questo l’oggetto di studio di tre ricercatori dell’IsfolIstituto per lo sviluppo della Formazione professionale dei Lavoratori. La ricerca si rivolge a tutte quelle amministrazioni pubbliche o istituzioni titolari di Programmi Operativi di Fondo Sociale Europeo che redigono gli avvisi pubblici per la cittadinanza. La proposta è quella di offrire un vademecum per le istituzioni valido per offrire un contributo alla questione dell’uso appropriato delle parole, in particolare quando riferite queste sono rivolte a persone e gruppi sociali posti ai margini e spesso bersaglio di pregiudizi e stereotipi.

Lo studio vede anche la partecipazione del Ministero del Lavoro e Politiche Sociali ed il Dipartimento per le Pari opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Vediamo di cosa si tratta.

Discriminazione: quali sono le parole da evitare?

La prima parte della ricerca è dedicata all’ analisi della comunicazione discriminatoria, la stereotipizzazione, l’etichettamento, l’invisibilità e l’extravisibilità, ossia tutte quelle modalità del linguaggio che consistono  nel:

  • creare e diffondere stereotipi,
  • utilizzare definizioni o neologismi spersonalizzanti o insultanti,
  • nascondere o accentuare determinate caratteristiche di alcune persone o gruppi.

Ecco ad esempio alcuni termini che è meglio non usare in genere, soprattutto nella redazione di atti rivolti alla cittadinanza:

a) in tema di disabilità meglio non usare:

  • disabile o inabile
  • handicap o handicappato
  • diversamente abile

sarebbe meglio rivolgersi a loro con una espressione come “persone con disabilità”;

b) in fatto di provenienza evitare parole come:

  • immigrato
  • extracomunitario
  • nomade

Anche se in tutti i casi si rischia di attribuire comunque un’etichetta, diversi sono i motivi che avvalorano il consiglio di non utilizzare tali termini. Nel secondo caso in particolare, il suffisso “extra” ha assunto un accezione negativa che richiama direttamente l’estraneità, enfatizza l’esclusione e la diversità rispetto ad un determinato contesto, ad una nazione. Il termine “extracomunitarionon viene usato ad esempio per gli svizzeri, gli statunitensi, gli olandesi nell’accezione neutra del termine ma solo quando ci si riferisce a persone che provengono da paesi poveri.

c) infine, in merito alla diversità di genere è bene infatti evitare il ricorso al maschile inclusivo come ad esempio:  “… interventi mirati a coinvolgere i disoccupati…” e preferire perifrasi come “persone disoccupate” o specificare entrambi i generi “… disoccupati e disoccupate“.

L’ importanza di un linguaggio inclusivo

La seconda parte della ricerca, come si legge su Isfol, presenta lo strumento di supporto operativo per le amministrazioni, suggerisce le alternative linguistiche e segnala dove si può incorrere nelle principali insidie linguistiche, infine offre indicazioni, suggerimenti e proposte attraverso l’osservazione delle principali istituzioni pubbliche, internazionali e nazionali, del giornalismo, l’associazionismo e la società civile che si sono maggiormente impegnate nell’orientare il linguaggio rispetto alcuni fenomeni (sessismo, razzismo, antiziganismo, omofobia e transfobia) e hanno redatto linee guida, per citarne alcuni:

  • Unesco
  • Organizzazione Mondiale della Sanità
  • Commissione Europea
  • Parlamento Europeo
  • Presidenza del consiglio dei Ministri

ed anche tre regioni italiane

  • Umbria
  • Puglia
  • Piemonte
  • Calabria

Insomma care Unimamme, le “parole possono cambiare il mondo“, e di certo la percezione di esso. Per creare inclusione si deve comunicare attraverso parole che “praticano inclusione”. Dopo esserci soffermati sulle cicatrici  causate  ai bambini dal “cattivo uso delle parole”, non potevamo che accogliere e parlare di questo testo, un passo ulteriore contro la discriminazione.

Voi cosa ne pensate? C’è un termine che avete ascoltato o letto in documenti pubblici che avete trovato discriminatorio come donne e/o mamme?

 

Michele

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