DSA, i disturbi specifici dell’apprendimento hanno invaso le scuole?

Negli ultimi 5 anni sono aumentati i casi di disturbi dell’apprendimento in Italia, ben 187.000 secondo il Miur, dati alla mano. Ma non sempre gli insegnanti sono adeguatamente preparati nell’affrontare i nuovi problemi dei bambini degli anni duemila.

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Dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia sono i disturbi specifici dell’apprendimento che hanno trovato sempre più spazio nelle scuole italiane, portando i genitori a fare i conti con questa realtà che sembra aver contaminato le scuole italiane in questi ultimi anni.

Nel 2010 i casi di Disturbo dell’apprendimento (Dsa) in Italia risultavano allo 0,7%. Passati 5 anni, la percentuale è aumentata vertiginosamente fino a risultare il 2,1%. Si parla di 187.000 alunni.

L’incremento c’è stato poiché, proprio dal 2010, è entrata in vigore una legge con cui vengono previsti piani didattici personalizzati, se risulti essere certificato un Dsa.

Discalculia, disgrafia, dislessia, disortografia, sono termini che in questi ultimi anni sono entrati nel vocabolario di noi genitori che hanno i figli nelle scuole primarie.

Infatti da quando, 5 anni fa, è entrata in vigore una legge in cui vengono previsti piani didattici personalizzati per gli alunni a cui venga diagnosticato un disturbo specifico dell’apprendimento, l’aumento è stato esponenziale.

Il Ministero dell’istruzione snocciola numeri impressionanti, diagnosi alla mano:

  • 108.844 alunni con disturbi di dislessia
  • 38.028 con disgrafia
  • 46.979 con disortografia
  • 41.819 con discalculia

Secondo l’Associazione italiana della dislessia, invece, i ragazzi affetti da questi disturbi sarebbero 350.000. Una vera e propria esplosione di certificati.

E ad evidenziare la situazione è stato il caso di Como dove in una sede distaccata del Ministero dell’istruzione è stata attuata una certosina analisi dei dati. Il risultato sconcertante è stato che nella provincia del comasco i bambini con Dsa a gennaio 2016 sono risultati 3555 mentre nel 2013 erano 2370: un aumento di quasi il 50%. La percentuale maggiore risulta nelle scuole medie. E il dato è accompagnato da una relazione: “Questo sovradimensionamento rispetto alle percentuali attese è dovuto alla difficoltà del passaggio dalla scuola primaria alla scuola secondaria, dove c’è minore flessibilità didattica e meno disponibilità da parte dei docenti. Ciò incentiva una “ricerca della certificazione”  come palliativo al possibile insuccesso formativo”

Dati che lasciano interdetti e che fanno porre domande. Questa continua richiesta, da parte delle istituzioni scolastiche, di verificare la presenza di un disturbo dell’apprendimento, sembra mettere in evidenza una certa carenza nella gestione degli alunni. Il problema si accentua alle medie, dove i docenti mostrano meno comprensione negli alunni. I tempi cambiano e le strategie didattiche non si trovano al passo con la continua evoluzione del mondo, delle sue nuove esigenze e che forma bambini con caratteristiche ben diverse da quelle che erano rappresentative di un bambino del 1980.

Insomma anche gli insegnanti dovrebbero essere aggiornati con stage formativi, più peculiari ad un fanciullo dell’era dei nativi digitali. E’ ciò che sostiene Daniela Lucangeli, presidente dell’Associazione per il coordinamento nazionale degli insegnanti specializzati, che sostiene che i bambini vanno aiutati: “quando i bambini sbagliano lo fanno perché hanno elaborato in maniera non corrispondente la risposta che hanno dato; va analizzato l’errore, capire perché il bambino lo compie”. LE per far ciò, occorre formare gli insegnanti, tutti gli insegnanti, non solo quelli di sostegno. Non bastano infatti gli strumenti compensativi, come calcolatrici, programmi di videoscrittura con correttore ortografico, forme di verifica e interrogazioni personalizzate. I bambini non devono poter dare un risultato che sembra adeguato, ma devono essere in grado di correggere i loro errori, capire perché e dove sbagliano.

Inoltre, sempre la dottoressa Lucangeli denuncia il rischio di “falsi positivi”, di bambini cioè che potrebbero ottenere gli stessi risultati dei compagni se aiutati da una didattica competente. E si augura che anziché aumentare le diagnosi, aumentino le capacità didattiche degli insegnanti.

 

E voi cosa ne pensate cari Unigenitori?

Vi lasciamo riflettere consigliandovi di leggere quali i sintomi per individuare la dislessia nei bambini in età prescolare.

Firma: Davide Testa

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