Nascere con la camicia: non è solo questione di fortuna

Nascere con la camicia, ovvero essere fortunati: ma cosa vuol dire questo fuor di metafora? Cosa significa davvero nascere con la camicia? Ecco qualche informazione in più.

Nato con la camicia

Nato con la camicia, ovvero particolarmente fortunato, con la sorte, per così dire, a suo favore. Questo ci insegna il buon vecchio modo di dire ma, come spesso accade, anche la più antica saggezza popolare si fonda su dati reali, concrete esperienze di vita che il più delle volte restano avvolte nell’oscurità, come se la possente ombre del celeberrimo “così si suol dire” ne abbia oscurato la stessa esistenza.

Cosa vuol dire allora davvero “nati con la camicia”? La frase si riferisce ad un particolare modo di venire al mondo:

  • alcuni bambini infatti escono dal ventre materno con alcuni frammenti della sacca amniotica ancora attaccati alla pelle,
  • nei casi più rari, può anche accadere che il bimbo si presenti al mondo totalmente avvolto nella stessa.

Una sorta di occasione unica per vedere con i propri occhi come il piccolo si posiziona nel pancione durante gli ultimi giorni della gravidanza. Certo, la cosa può anche impressionare un po’ ma il fascino dell’evento è senza dubbio innegabile.

La foto in questione è successiva ad un parto cesareo, avvenuto in un ospedale greco a marzo di quest’anno, dove il medico ostetrico Aris Tsigris ha fotografato e pubblicato la foto del feto nel sacco.

Ma non mancano anche i casi di “sacco intatto” in seguito a parto naturale: solo per citare un esempio blasonato abbiamo la storia di Jessica Alba la cui figlia, Haven, nacque proprio con la camicia. Certo ciò può anche simboleggiare la fortuna di avere cotanta madre ma il racconto fatto dall’attrice ben illustra lo stupore che il fenomeno sa ancora suscitare: “Il dottore non aveva mai visto niente di simile prima. Afferrò l’infermiera e disse: ‘Guarda questo’. Ero nel bel mezzo dello spingere e mi ha detto di aspettare un minuto e fermarmi. Indossava pantaloncini da basket e una T-shirt e ha detto:’Oh, devo mettere il mio camice per questo.’ Il sacco si ruppe da solo dopo che è venuta fuori!. E ‘stato un viaggio”.

L’esperienza è stata per Jessica così memorabile da ispirare il nome stesso della bambina: “Mentre ero ricoverata non avevamo ancora scelto il suo nome. [Il padre Cash Warren] la prese in braccio e mi ha detto che è venuto al mondo nel suo ’safe haven’ e [il suo nome] è sembrato perfetto tutti e due”.

Un “rifugio sicuro” dunque (alias “safe haven”) per trattenere ancora qualche istante la propria vita separata da quella del mondo circostanze: difficile dire se la cosa porti fortuna ma certo aggiunge fascino ad un’esperienza già di per sé magica.

E a voi unimamme, è capitato?

 

Firma: Francesca Testa

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