Mamma e gemelline morte nel Tevere, i “sensi di colpa” del medico

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Mamma e gemelline morte nel Tevere, i “sensi di colpa” del medico – Universomamma.it

Mamma e gemelline morte nel Tevere, i “sensi di colpa” del medico. Una storia lacerante.

Un anno fa, Pina Orlando, mamma di due gemelline premature, si gettava nel Tevere compiendo un gesto disperato, probabilmente provata dalla difficile condizione delle bambine di quattro mesi di età che erano state da poco dimesse dall’ospedale dove erano state ricoverate fin dalla nascita. Le piccole a causa della nascita prematura avevano avuto bisogno di un lungo percorso di cure e molto probabilmente avrebbero avuto conseguenze in futuro. Fu un caso straziante, a pochi giorni dal Natale, era il 20 dicembre.

Oggi, il medico che all’epoca curò le bambine ricorda con commozione e dolore quella vicenda, tormentato dai sensi di colpa per non essere riuscito a prevenire e impedire la reazione tragica della donna.

Mamma e gemelline morte nel Tevere, il dolore del medico

Pina Orlando, originaria di Agnone, in provincia di Isernia, era felicemente sposata con il marito Francesco. Lavorava in uno studio notarile di Isernia, mentre il marito è ingegnere. Pina e Francesco erano convolati a nozze nel 2013 e avevano tanto desiderato dei figli, ma non erano riusciti ad averne. Così Pina e Francesco si erano rivolti alla procreazione medicalmente assistita e Pina era rimasta incinta di tre gemelline.

A causa della gravidanza delicata, la coppia si era trasferita momentaneamente a Roma per essere seguita da un buon ospedale e abitava in un appartamento nel quartiere Testaccio, messo a disposizione da uno zio di Francesco. Pina era assistita dai medici del Policlinico Gemelli, lo stesso ospedale dove il 24 agosto 2018 partorì le sue gemelle. Purtroppo il parto era avvenuto molto pretermine, alla 25a settimana di gestazione e una delle gemelline non riuscì a sopravvivere, morì alla nascita. Le altre due, Sara e Benedetta, avevano gravi problemi di salute e pesavano tra i 600 e gli 800 grammi. Per le due neonate fu inevitabile il ricovero in terapia intensiva neonatale, dove rimasero a lungo. Benedetta era tornata a casa a novembre, mentre per Sara si era reso necessario un ricovero più lungo, oltre la metà di dicembre. Pochissmi giorni prima della tragedia.

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La mattina preso del 20 dicembre, Pina si è alzata quando il marito ancora dormiva, ha preso le bambine, le ha avvolte in una coperta ed è uscita di casa. Poi si è gettata nel fiume Tevere, con le neonate in braccio, salendo sul ponte Testaccio. Quando il marito della donna si è svegliato si è accorto che la moglie non c’era e nemmeno le due bambine, ha notato che la porta di casa era socchiusa e in quel momento ha “avuto un colpo al cuore“. Aveva capito che era successo qualcosa di grave e che la moglie non si era allontanata da casa con le bambine per fare una passeggiata. L’uomo ha subito chiamato l’ospedale Gemelli per chiedere se la moglie fosse andata lì per delle cure, ma lì non era mai andata quella mattina. Finché non si è diffusa la notizia che una donna con una coperta indosso si era gettata nel Tevere.

A distanza di quasi un anno dalla tragica storia, Giovanni Vento, il primario di Terapia intensiva neonatale al Gemelli e medico che curò le bambine prova sensi di colpa per non aver capito la difficile situazione di Pina Orlando e non essere riuscito a fermarla in tempo. In occasione di un convegno organizzato alla Fondazione Gemelli sul “Neonato prematuro al centro delle cure di terapia intensiva“, il medico ha raccontato con commozione l’esperienza vissuta con Pina: “Mi porto dietro sensi di colpa anche se più di così per lei non avremmo potuto fare“, ha spiegato Giovanni Vento.

Evidentemente la donna non ha retto al pensiero di un futuro durissimo per lei e per le figlie, con l’incognita della salute delle due bambine avevano tanti problemi, tra cui l’aver avuto una emorragia cerebrale. Una situazione molto dolorosa che probabilmente aveva rotto qualcosa nel fragile equilibrio di Pina, ma senza che né il marito né l’ospedale si accorgessero di cosa stesse succedendo alla donna, già provata dalla morte di una delle tre gemelle.

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Vento si rammarica ancora di un atteggiamento forse  troppo poco empatico nei confronti di Pina. “Nel parlarle siamo stati realisti . ha spiegato Vento -, non nascondendo che le bambine avrebbero dovuto recuperare gli esiti di emorragia cerebrale. Un’informazione come questa probabilmente è stata interpretata in modo negativo da un genitore fragile come era lei. Abbiamo fatto tutto ciò che era possibile allora. Però – ha aggiunto il medico – questa storia dolorosissima ci ha insegnato che non basta, che dobbiamo fare e dare di più ai genitori dei neonati prematuri in termini di vicinanza e condivisione. Il nostro impegno non deve esaurirsi nell’assistenza ai bambini, deve andare oltre e focalizzarsi sul gruppo familiare – ha detto ancora il medico. Noi infatti proponiamo che le terapie intensive anziché neonatali si chiamino familiari. I genitori fanno parte delle cure”, ha concluso il medico intervistato dal Corriere della Sera.

Questa dolorosa esperienza ha spinto la Terapia intensiva neonatale del Policlinico Gemelli a riorganizzarsi, in modo da fornire un’assistenza e un ascolto migliori soprattutto ai genitori dei piccoli ricoverati. I genitori dei neonati in terapia intensiva possono entrare nel reparto e avvicinarsi alle incubatrici dei figli senza limiti, muniti prima di un badge. Inoltre, è stato rafforzato il servizio di assistenza psicologica ai genitori, non più a richiesta ma presente 24 ore su 24. Un team di psicologi esperti di queste situazioni affiancherà i medici.

“Quando un bambino muore – ha spiegato Giovanni Vento, esaminiamo subito l’’intero percorso di cura per capire se abbiamo commesso un errore o sottovalutato una situazione critica. Gli psicologi e lo psichiatra non avevano individuato in quella donna segnali di rischio. Noi neonatologi, fin dalla nascita delle gemelline, avevamo però allertato gli psicologi perché Pina nel parto aveva perso un terzo gemello e ne era uscita scossa. Però non aveva voluto ricorrere al sostegno offerto“.

Noi medici dobbiamo parlare di più con i familiari – ha aggiunto Vento – e non solo quando sono loro a chiederci notizie. Il dialogo deve essere continuo. Dobbiamo vivere le loro emozioni momento per momento”.

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