“Ora sta bene”: figlia rifiuta di lasciare la mamma di 79 anni in ospedale e la cura a casa | FOTO
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“Ora sta bene”: figlia rifiuta di lasciare la mamma di 79 anni in ospedale e la cura a casa | FOTO

La storia di una donna di 79 anni cardiopatica condannata a morire in ospedale perché sospettata malata di Covid 19, e che ora è tornata a casa insieme ai suoi cari. Il racconto della figlia e del medico che l’ha seguita.

mamma curata a casa
“Ora sta bene”: figlia rifiuta di lasciare la mamma di 79 anni in ospedale e la cura a casa – Universomamma.it

Unimamme, sappiamo che sono tempi difficilissimi per gli ospedali e per tutti in generale, la storia che stiamo per raccontarvi non ha intento polemico, ma vuole informare e far riflettere circa quanto capitato a una famiglia come tante.

Donna anziana “condannata” a morire al pronto soccorso ma la figlia decide di non portarla a casa

Alla signora Giusy, di 79 anni, cardiopatica, con una storia clinica complessa alle spalle, è stata diagnosticata una polmonite interstiziale e ha ricevuto un pronostico agghiacciante da parte dei medici dell’ospedale. Tutto è cominciato quando la donna ha iniziato a sentirsi male, ad avvertire dolori toracici. Allora la figlia Alessandra ha chiamato il medico di fiducia descrivendo la situazione ed esprimendo le preoccupazioni riguardo il chiamare un’ambulanza nel timore che la mamma finisca tra i pazienti Covid 19. Così, consigliata dal medico, la figlia ha deciso di portare lei stessa la madre in ospedale in pronto soccorso, portando tutta la documentazione sulle sue malattie, i ricoveri, ecc…e spiegando che si trattava di una persona cardiopatica.

Pensando, visti i suoi precedenti, a un infarto o a un ictus avevo paura a chiamare un’ambulanza perché temevo finisse tra i pazienti di Covid_19, così, su consiglio di Gulisano, l’ho accompagnata al pronto soccorso portando con me tutta la documentazione relativa ai problemi al cuore” ha raccontato la figlia. La mamma però è stata messa tra i pazienti del reparto sospetti Covid, con la figlia ad assisterla. La radiografia al torace è risultata  preoccupante. Mostrava infatti un “diffuso ispessimento della trama interstiziale con reperti sospetti per patologia flogistica interstiziale“. La situazione a quel punto si fa drammatica, col medico dell’ospedale che parla chiaro e tondo alla figlia dicendole, in pratica, che per sua madre non c’è niente da fare.

“Il medico mi spiega che la mamma probabilmente ha il virus, che la situazione è compromessa e che, se non voglio vederla morire soffocata nelle prossime 48 ore, mi conviene lasciarla in ospedale dove verrà accompagnata dolcemente con la morfina”. Questi i protocolli per chi ha più di 75 anni e un’importante patologia invalidante, anche se la mamma non aveva febbre e la pressione e i battiti erano perfetti. Dopo aver telefonato al medico di fiducia, che le consiglia di portare via la mamma, a cui comunque non era stato fatto il tampone, perché questo ormai si fa solo per i ricoverati in gravi condizioni, la figlia riporta a casa Giusy.

A casa il medico le prescrive dei farmaci e Alessandra si mette a cercare il Plaquenil, uno dei farmaci, appunto, usati in ospedale per il coronavirus, un antivirale. Tutte pastiglie che si prendono per bocca facilmente e che costano sei euro l’una. È questo il valore della vita delle persone? Grazie all’intuito del mio medico di base, a casa avevo anche una bombola per l’ossigeno, uno dei motivi per cui ho avuto il coraggio di portare via la mamma”. 

Alla fine la signora Giusy, assistita dalla figlia, è migliorata. Il medico che ha aiutato la famiglia di Giusy commenta: “certo, in questo difficilissimo momento, gli operatori sanitari stanno facendo un’esperienza professionale difficile: quella di vedere i propri sforzi e il proprio impegno vanificati da una malattia nuova e difficile da curare, ma il compito del medico può essere solo quello di supporto, accompagnando i pazienti sino alla fine? Il compito di un medico, il mio compito, non è combattere un virus: è prendermi cura di una persona. È fare in modo che possa riacquistare la salute, che possa respirare normalmente, che si rallenti la replicazione virale, che non salga la febbre. Niente guerre e niente armi: solo farmaci, ossigeno, solo la vicinanza e la tenerezza di una figlia, che le rimbocca le coperte, che la aiuta a mangiare. Eh sì, perché passano i giorni e Giusy sta sempre meglio: i parametri sono tutti buoni. Oggi sono passati dieci giorni, e la signora Giusy è in piedi. Vorrebbe anche andare a fare una passeggiata al sole, ma la figlia le spiega che è ancora proibito. Alessandra la guarda con tenerezza: la sua mamma è ancora viva. La sentenza di morte non è stata eseguita. E io tiro un sospiro di sollievo, e penso che la Medicina ha sempre avuto questo compito: puoi guarire spesso, puoi anche assistere al fallimento, ma puoi e devi curare, sempre.

Paolo Gulisano, uno dei due medici di fiducia coinvolti nella vicenda commenta “una sentenza di morte non eseguita”, mentre l’altro che vuole restare anonimo parla di “grave errore quello compiuto al pronto soccorso, soprattutto perché, a livello psicologico, non puoi dare una mazzata così ai familiari senza avere elementi sufficienti”. 

Unimamme, cosa ne pensate di questa storia raccontata su Agi e su La Nuova Bq? 

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