Adozioni internazionali: 500 bambini italiani bloccati all’estero causa Covid19

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A causa del Covid19, le adozioni internazionali nel nostro Paese sono bloccate e 500 bambini italiani sono all’estero in attesa di venire a conoscere le loro famiglie. La denuncia di centinaia di famiglie. 

Adozioni (iStock)

La denuncia arriva da tutte le famiglie che ormai da mesi sono in attesa di conoscere i loro bambini. A causa della pandemia, molte di queste non riescono a compiere il passo finale: cioè quello di recarsi sul posto per andare a prendere il proprio bambino.

Infatti, si sta parlando di adozioni che hanno raggiunto il loro iter completo e che per concluderle definitivamente genitori e figli devono incontrarsi.

Per il Covid19 molte mamme e papà sono impossibilitati a recarsi in vari Paesi come Asia, Africa e America Latina e per il momento anche il Governo italiano non sembra che stia facendo qualcosa per risolvere la questione. In tutto, in base ai dati forniti dagli Enti dediti alle adozioni internazionali, sono più di 500 i bambini italiani bloccati all’estero che aspettano di conoscere i propri genitori.

E sì, si parla di bambini italiani, perché per tutti le pratiche delle adozioni sono concluse e rese effettive.

Purtroppo però nel nostro ordinamento è previsto che siano le famiglie, una volta concluse le pratiche, a recarsi sul posto e a conoscere il bambino per poi portarlo in Italia.

Come si è visto in alcuni articoli passati il processo dell’adozione è molto lungo e sono tanti i cavilli che una famiglia deve superare per poter riuscire nell’obiettivo, tanto che molte famiglie poi rinuanciano a portare a termine le pratiche.

Adozioni internazionali, bloccati all’estero 500 bambini italiani: parlano i genitori

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fonte: Adobe stock

In tutto pare che ci siano 37 famiglie in attesa di partire alla volta della Cina per andare a conoscere e prendere il proprio bambino e altre decine di genitori sono pronti per recarsi in India, Russia, Filippine e Colombia.

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Purtroppo però la pandemia ha bloccato tutto e recarsi in questi posti è davvero molto complicato.

Per recarsi in Cina ora non solo bisogna considerare il soggiorno delle due settimane in cui i genitori conoscono i propri figli, ma a queste vanno aggiunti anche due settimane di quarantena.

Inoltre per recarsi nel Paese asiatico è necessario, come per tutti i posti del mondo, possedere un visto e adesso con questa situazione è molto difficile che venga rilasciato.

Il Governo al momento sta prendendo tempo, senza dare delle risposte certe alle famiglie che sono in attesa da mesi di conoscere i loro bambini.

Nel frattempo, gli Enti autorizzati nel nostro Paese – che in tutto sono 47 – si dichiarano impotenti e la Cai ha pubblicato un comunicato sul proprio sito in cui spiega di aver avviato “contatti con le principali Autorità centrali europee che hanno espresso analoghe difficoltà in materia di visti e voli» e si sta valutando la possibilità di avviare «una interlocuzione unica»”.

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Intanto molti genitori affidano i loro pensieri sui social, come ha riportato ad esempio papà Arnaldo che attraverso la sua pagina Facebook, “Un bimbo mi aspetta”, – della sua storia se ne è parlato qualche tempo fa – si è fatto carico della denuncia.

Ecco cosa ha scritto: “Mesi fa, alcuni genitori adottivi mi hanno scritto. La loro attesa, già lunga per la burocrazia, ha iniziato a dilatarsi a causa della pandemia. Parliamo di mamme e papà ai quali mancava solo di salire su un aereo per andare a prendere i propri figli e riportarli a casa. Avevano scritto una lettera alle istituzioni, scavalcando in qualche modo gli Enti che io – lo dico con chiarezza – ho sempre ritenuto la vera cerniera tra noi genitori adottivi e lo Stato assente come in tante altre cose nella nostra vita di cittadini. Eravamo in piena prima ondata, non ci si capiva nulla, le persone morivano a migliaia ogni giorno. Nonostante mi sentissi doppiamente coinvolto essendo anche io un papà in attesa della seconda adozione, dissi loro che non era il momento e il modo. Continuo a essere convinto di questa scelta, ma ora mi faccio delle domande, perché il tempo per far ripartire le cose c’è stato. Mi rendo conto che un genitore adottivo non muove il mercato di un campionato di calcio. Mi rendo conto che c’erano altre priorità (ci sono sempre altre priorità quando si parla di adozione). Ma abbiamo trovato il tempo di andare in vacanza, riaprire i campionati di calcio, spostare turisti e merci. Siamo riusciti a mettere in piedi un turno elettorale. E non siamo riusciti a unire duecento famiglie

Anche un’altra mamma, Viviana, lancia il suo appello, essendo in attesa di poter abbracciare il suo bambino.

La mamma ha riferito che gli Enti che si occupano delle adozioni stanno dando tutto il loro supporto, ma al momento hanno le mani legate e l’unica cosa che potrebbe sbloccare la situazione è un intervento deciso del Governo che al momento è latitante.

Viviana così si appella alla Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993 in cui si sanciscono i principi su cui si basano le adozioni internazionali, volti alla protezione del minore che “deve crescere in un ambiente familiare, in un clima di felicità, d’amore e di comprensione, dal momento che per ora i piccoli sono confinati nei vari Istituti in attesa di conoscere le loro mamme e papà.

Mesi fa, alcuni genitori adottivi mi hanno scritto.
La loro attesa, già lunga per la burocrazia, ha iniziato a dilatarsi…

Pubblicato da Un bimbo mi aspetta su Venerdì 9 ottobre 2020

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E voi unimamme avete letto di questa pesante attesa tra famiglie adottive e i loro figli? Li aiutate a diffondere la loro denuncia?

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