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Donna malata di tumore (iStock)

Quando una donna ha il tumore si ammala con lei tutta la famiglia. L’allarme dai medici.

Quando una persona si ammala di tumore, soprattutto se è una donna, è importante che le istituzioni si prendano cura anche della sua famiglia. L’appello viene dai medici che a contatto tutti i giorni con i pazienti conoscono le problematiche che affliggono anche i familiari di chi è malato, soprattutto quando si tratta di bambini.

Con la diagnosi di tumore a una donna si ammala anche la famiglia

Il cancro non colpisce mai solo una persona, ma insieme al paziente coinvolge anche la sua famiglia, tra ansie e attese, lunghe sedute in ospedale per le terapie e i ricoveri. Inevitabilmente il tumore incide sulla vita familiare e alle volte, seppure in modo differente, può far ammalare anche le persone vicine al paziente. Così arriva dai medici che seguono i malati di tumore un appello alle istituzioni a prendersi cura anche dei loro familiari.

A mettere in evidenza il problema è Marina Chiara Garassino, responsabile della Struttura semplice di oncologia medica toraco polmonare presso la Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e presidente di Women for Oncology (Wfo). L’oncologa ha affermato che  “quando una donna si ammala, si ammala la famiglia. Troppo spesso inizia un’odissea, in segreto, in cerca del centro migliore o di una second opinion, i familiari si informano di nascosto o col passaparola. E questo non è giusto“, ha spiegato all’Adnkronos Salute. Pertanto Garassino ha lanciato un appello per “la presa in carico delle famiglie” dei malati di tumore.

La diagnosi di tumore arriva ancora come una bomba in famiglia, ha spiegato Garassino, che ha vissuto questa esperienza in prima persona, “come figlia di una mamma che si è ammalata di tumore quando avevo 9 anni“. La dottoressa ha detto di “capire quante sofferenze e quale impatto abbia la malattia sulla famiglia e sui bambini. Ancora oggi non c’è un supporto per aiutare i familiari a gestire il carico emotivo e psicologico – ha sottolineato -. Ma se si creano percorsi protetti di presa in carico, questo diventa un aiuto concreto“.

Infatti, se la ricerca scientifica ha fatto passi da gigante e progressi fino a pochi anni fa impensabili della cura e nella prevenzione dei tumori, c’è ancora tanto da fare nell‘assistere le persone e i loro familiari nella vita di tutti i giorni, fianco a fianco con la malattia.

Women for Oncology Italy (Wfo), di cui Marina Chiara Garassino è presidente, è una rete costituita dalle più note oncologhe italiane per dare alle colleghe una consapevolezza più forte del loro valore professionale e del loro ruolo, in corsia e nella ricerca, per trasmetterlo poi a beneficio di tutta la collettività. L’obiettivo della rete è quello di “favorire la crescita professionale delle donne” medico. “In Europa il 70% degli oncologi è donna“, ma meno del 10% si trova nelle posizioni di vertice. L’impegno dell’associazione, tuttavia, è anche rivolto all’esterno della rete di professioniste e quest’anno, ha spiegato Garassino, “è quello di accendere un faro sulla famiglia, che si ammala quando un paziente si ammala di tumore“.

Le famiglie con un malato di tumore in casa hanno diritto ad essere assistite, ad un secondo parere medico e anche ai viaggi della speranza, ha sottolineato l’oncologa. “Serve un’alleanza tra oncologi, medici di famiglia e istituzioni per dare una risposta concreta ai bisogni reali dei malati di tumore e a quelli dei loro parenti“. A questo scopo sono importanti le reti di strutture specializzate. Alcune sono state istituite, ma sono rimaste sulla carta, come la “Rete per i tumori rari creata nel 2017”, ha evidenziato Garassino. Invece servono progetti e strumenti concreti per migliorare la vita di chi ha il tumore e delle persone che lottano al suo fianco. Progetti che hanno bisogno di essere finanziati.

Nella giornata di lunedì 17 giugno le oncologhe italiane di Women for Oncology (Wfo) si sono incontrate nella Sala della Regina di Montecitorio, per il convegno “Donne che curano… la famiglia“. Un’occasione per approfondire le ripercussioni che una diagnosi di tumore ha per i figli di un paziente, ma anche per i genitori, per il coniuge o sul lavoro. La giornata è stata anche occasione per parlare delle strutture sanitarie che esistono vicino casa o a livello regionale, ma che spesso non sono conosciute.

Le oncologhe si sono occupate anche delle alterazioni genetiche, affrontando temi come il caso Angelina Jolie, che si è fatta asportare seno e ovaie per aver ereditato la mutazione genetica BRCA che aveva fatto ammalare e morire sua madre. Le oncologhe si sono interrogate su come seguire una famiglia che in casi come questo vive con la paura di ammalarsi e su cosa è possibile fare in concreto per i pazienti e i loro familiari.

Che ne pensate di queste iniziative unimamme? Secondo voi sono utili?

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