Test sierologici e “patenti di immunità” al Coronavirus | Il parere degli esperti

Test sierologici e immunità al Coronavirus: il parere degli esperti sulle “patenti di immunità”.

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Test sierologici e immunità al Coronavirus | Gli esperti: serve prudenza – Universomamma.it (Test sierologici per il Coronavirus all’Università di Washington, Seattle. Foto di Karen Ducey/Getty Images)

Mentre l’epidemia di Coronavirus rallenta, in Italia e in Europa, si progetta la fase 2 con la riapertura, graduale e in alcuni casi parziale, delle attività e dei locali pubblici una volta terminata la quarantena. Sono allo studio diverse soluzioni. Alcuni Paesi europei hanno già riaperto, anche le scuole, pur nel rispetto delle misure di sicurezza e di distanziamento sociale. In Italia, se tutto va come da programma, il cosiddetto lockdown dovrebbe terminare il 3 maggio e il giorno seguente molte attività dovrebbero riaprire, tranne le scuole che per quest’anno rimarranno chiuse.

Non si conoscono ancora i dettagli del piano di riapertura del governo, mentre sappiamo che si sta mettendo appunto un’applicazione da scaricare sullo smartphone per il contact tracing. L’app è stata studiata per segnalare in modo anonimo i casi di Coronavirus con cui una persona potrebbe essere entrata in contatto. La comunicazione dovrebbe avvenire tramite codici alfanumerici trasmessi via bluetooth tra gli smartphone. Il problema, però, riguarda tutti quelli che non possiedono uno smartphone o non sono molto pratici con la tecnologia. Inoltre sono state sollevate alcune critiche riguardo alla riservatezza e protezione dei dati.

Test sierologici e patente di immunità al Coronavirus, l’avvertimento degli esperti

Un sistema per poter tornare in sicurezza alle lavoro, e allo svolgimento delle attività del periodo precedente all’emergenza, almeno in parte, è quello di effettuare dei test per verificare la presenza di anticorpi al Covid-19. Alcune persone, infatti, potrebbero aver contratto la malattia senza accorgersene, in forma asintomatica o paucisintomatica ovvero con sintomi lievi e non distinguibili da una comune infezione respiratoria. Si tratta dei test sierologici a cui molte aziende e enti stanno facendo ricorso per verificare se i propri dipendenti e collaboratori abbiano già avuto il Covid-19 e quindi siano immuni al virus.

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Non è detto, però, che questi test siano sempre affidabili e soprattutto siano in grado di dimostrare l’immunità in coloro che abbiano già contratto il Coronavirus. Ancora non conosciamo abbastanza questa malattia per sapere se possa lasciare una immunità permanente a chi l’ha avuta. Potrebbe comportarsi come il morbillo, che dà una immunità permanente a chi l’ha contratto, oppure come l’influenza o il comune raffreddore, che appartiene alla famiglia dei coronavirus, possono contagiare più volte una stessa persona, anche nel giro di breve tempo. Per questo motivo per l’influenza il vaccino viene ripetuto ogni anno e non ha un’efficacia del 100%.

In Corea del Sud è successo che alcune persone che erano già state contagiate dal Covid-19 sono risultate nuovamente positive al virus. Per questa circostanza, tuttavia, potrebbe esserci una spiegazione: queste persone in realtà non si erano mai negativizzate e il virus era rimasto dormiente. Anche se non è da escludere l’ipotesi che possano essersi infettate una seconda volta.

Per stabilire se il virus dia oppure no una qualche forma di immunità sono necessari ancora ulteriori studi. Per questo motivo diversi esperti hanno raccomandato prudenza sui test sierologici. Tra questi c’è il virologo Fabrizio Pregliasco, che intervenendo alla trasmissione radiofonica Circo Massimo su Radio Capital, ha dichiarato sui test sierologici: “C’è una grande attesa, con una speranza però che il test non può dare, cioè una patente d’immunità. Sono molto sensibili, hanno dei margini di incertezza rispetto soprattutto ai falsi positivi, quindi in caso di negatività c’è maggiore sicurezza del risultato. In caso di positività è necessario ripetere il test e complementarlo con un tampone per verificare se si sono già sviluppati gli anticorpi e se il soggetto è ancora portatore convalescente del virus e quindi contagioso“.

Invece, ha aggiunto Pregliasco, “sono più preoccupanti i risultati dei cosiddetti test rapidi. Hanno margini di errore che possono portare a situazioni non congrue, qui la falsa positività è ancora più evidente. I test servono non tanto per diagnosticare ma per capire regione per regione la diffusione reale del virus“.

La stessa conclusione sui test sierologici è del professor Andrea Crisanti, direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova, che in un’intervista all’agenzia askanews ha detto: “Non se ne parla nemmeno del patentino immunologico, è un fantasia. Non ci sono le basi scientifiche, non esiste nessun dato scientifico che possa sostenerlo – ha sottolineato -, non esiste nessuna prova che le persone che hanno anticorpi siano coperte e se lo sono non sappiano per quanto tempo, perché il livello di anticorpi cambia nel tempo, non c’è nessuna certezza. Questo è stato un elemento di grande confusione“.

La spiegazione sta nel fatto che il livello di anticorpi cambia nel tempo. Pertanto, ancora non si conosce quanto a lungo una persona che ha contratto il Covid-19 può rimanere protetta. Crisanti ha aggiunto che l’unica cosa che al momento la scienza conosce è che le persone che hanno contratto il Coronavirus possono restare ammalate e positive per molto tempo, settimane e perfino mesi. Una circostanza che non è una buona notizia, ha spiegato il professore, perché normalmente gli anticorpi vengono sviluppati nelle prime 3 o 4 settimane di contagio. Un virus, dunque, sul quale sono necessari ancora molti studi.

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Informazioni aggiornate in tempo reale sulla diffusione dei casi di Covid-19 in Italia le trovate sul sito web del Ministero della Salute.

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