Scuola: l’impatto del Covid in 46 paesi

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Vediamo il rapporto Ocse sull’impatto del Covid sulla scuola in 46 paesi e come si posizione l’Italia.

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Scuola: l’impatto del Covid in 46 paesi | Universomamma.it (fonte: adobe)

Il rapporto dell’OCSE: “Education at glance 2020”, ha fatto emergere varie preoccupazioni sull’impatto e le conseguenze che il Covid ha avuto e avrà sui sistemi educativi di 46 paesi.

Tra queste preoccupazioni:

  • il brusco calo delle competenze
  • la frenata degli investimenti nel settore dell’istruzione, che potrebbe avere effetti a lungo termine sull’ economia globale
  • la contrazione di circa l’1,5% del Pil fino al 2100: dovuto allo stop delle attività ordinarie scolastiche e universitarie

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Il Lockdown ci ha mostrato quali sono le fragilità della scuola:

  1. uno il difficile passaggio dalla didattica frontale a quella distanza
  2. la scarsa competenza dei docenti con le nuove tecnologie
  3. il sovraffollamento delle classi
  4. la fuga degli studenti stranieri

Vediamo nel dettaglio l’impatto sulla scuola che ha avuto e che continuerà ad avere il covid.

Impatto del covid sulla scuola

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Scuola: l’impatto del Covid in 46 paesi | Universomamma.it (fonte: adobe)

Gli investimenti sull’istruzione: gli investimenti sono fondamentali per l’istruzione, prima della pandemia veniva impiegato l’11% della spesa pubblica. Ovviamente la percentuale varia da paese a paese e l’Italia 7,5 %, è al penultimo posto tra le nazioni che investono sulla ricerca; anche se le misure per tamponare la chiusura della scuola sono state molto buone. La quota d’investimento sull’istruzione varia, si va dal 7% della Grecia al circa il 17% del Cile.

Scuole chiuse:  L’Italia è tra i paesi OCSE che hanno avuto il Lockdown più lung. Dato che, secondo l’analisi fatta dall’OCSE perdere del tempo di scuola equivale a perdere termini di competenze: il nostro paese parte svantaggiato in  confronto ad altri Stati: gli altri Stati hanno chiuso la scuola per 14 settimane noi per 18 settimane (battuti solo dalla Cina). Inoltre alcuni paesi non hanno chiuso le scuole:

  • come l’Islanda (solo le classi superiori e 20 studenti)
  • e la Svezia (quasi tutte le primarie e secondarie inferiori)

Riguardo alla chiusura delle scuole:

  • 4% del totale, 2 paesi che hanno chiuso 7 settimane
  • 13% del totale, 6 paesi che hanno chiuso da 8-12 settimane
  • il 52% del totale, 24 paesi che hanno chiuso dalle 12 alle 16 settimane
  • 28% del totale, 13 nazioni che hanno chiuso dalle 16 alle 18 settimane tra cui c’è l’Italia.

La didattica è cambiata: quasi ovunque la didattica non si è fermata si è soltanto spostata online o su altri mezzi di comunicazioni sfruttando

    1. piattaforme web
    2. utilizzando materiali fornite agli studenti per andare avanti in autonomia
    3. con programmi tv e radiofonici fatti ad hoc (in Italia e Spagna)
    4. con progetti di formazione gestiti da privati che si sono aperti al pubblico (come in Francia)
    5. con modelli per l’istruzione a domicilio come nel Lussemburgo.

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Il rapporto tra docenti e tecnologia non è affatto buono: purtroppo il corpo docente non sempre è stato all’altezza delle aspettative: molti elementi del corpo docente non erano pronti ad affrontare la sfida della didattica online. Secondo un vecchio sondaggio del 2018 dell’OCSE, l’Italia risulta solo con il 50% del corpo docente aperto all’ utilizzo delle nuove tecnologie nelle scuole secondarie inferiori, attestandosi sotto la media. Inoltre un quarto dei dirigenti scolastici in tutta l’OCSE denunciava l’inadeguatezza della tecnologia scuola. In Italia e Francia si arrivava ad un 30%.

Riguardo la loro formazione degli insegnanti:

  • solo il 60%, in media, dice di aver frequentato corsi professionali o comunque di aver affinato le proprie competenze in materia rispetto l’anno precedente
  • mentre il 18% ha segnalato un elevato fabbisogno di nozioni informatiche di base

Rispetto alla scelta dei corsi o seminari da frequentare:

  • in media nei paesi OCSE, il 76% degli insegnanti riferisce di frequentare corsi o seminari esclusivamente di persona
  • solo il 44% ha partecipato a peer-to-peer e coaching (svolti da altri colleghi)
  • ci sono delle eccezioni:
    • in Corea e a Shanghai, ad esempio, oltre il 90% degli insegnanti si affida ai corsi online
    • in Australia, Regno Unito, Israele, Messico, Federazione Russa e Stati Uniti si va oltre il 50%

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Classi pollaio: adesso che la scuola ha riaperto, ogni paese ha preso le sue precauzioni, come il distanziamento sociale, riducendo il numero degli alunni per classe. Per alcuni paesi non è stato difficile raggiungere questo distanziamento per altri che avevano classi più numerose è stata una prova più ardua.

Per una volta l’Italia è tra i paesi più virtuosi dato che la media di alunni per classe è al di sotto di quella OCSE

  • sia per la scuola primaria dove siamo sotto i 19 alunni contro i 21
  • sia per la secondaria inferiore poco sopra i 20 rispetto ai 23 24 dell’area OCSE.

Sotto di noi la Francia, Spagna, Portogallo, Germania e Stati Uniti; in Cile si va dirittura oltre i 30 alunni.

La didattica a distanza non è più un ripiego: molte le scuole in circa il 60% dei paesi membri e partner dell’OCSE, hanno utilizzato la didattica a distanza per avviare una turnazione tra classi, alternando gli studenti nel corso della stessa giornata o in giorni diversi, così tutti gli studenti possono avere classi ridotte. Di conseguenza l’insegnamento in classe in presenza è stato ridotto in favore della didattica a distanza.

Anche l’università avrà molti problemi da risolvere: causa la pandemia, gli atenei hanno chiuso continuando le lezioni e gli esami solo online e sarà così anche per il prossimo anno accademico. Purtroppo questo porterà a una riduzione della qualità della formazione e e delle ricchezza delle risorse umane nel mondo del lavoro.

La mobilità studentesca era una voce di bilancio importante per l’università  nellarea OCSE:

  • stranieri il 6% degli iscritti in tutte le università dell’area OCSE
  • il 22% di stranieri nel caso di dottorati di programmi post laurea

Questi stranieri spesso pagavano tasse più alte. Ora vista la pandemia e le difficoltà negli spostamenti sono tanti gli studenti che si scoraggiano e non lasdciano più il loro paese data la scarsa probabilità di poter entrare in contatto con la comunità accademica di prestigio, che è il principale stimolo.

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Care unimamme voi cosa ne pensate di questo Rapporto OCSE di cui parla tgcom24?

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