Maltrattamenti (iStock)

I maltrattamenti nell’infanzia modificano la struttura del cervello. La scoperta in uno studio scientifico.

I bambini che subiscono maltrattamenti durante l’infanzia sono maggiormente soggetti alla depressione e possono subire anche modifiche alla struttura biologica del cervello. Lo ha scoperto uno studio scientifico tedesco.

I maltrattamenti nell’infanzia modificano il cervello

Che i maltrattamenti nell’infanzia potessero avere conseguenze a lungo termine e perfino permanenti era già noto. Ora, nuovi studi scientifici precisano la portata e gli effetti di queste conseguenze, sollevando serie riflessioni sull’imprescindibile necessità di proteggere i bambini.

Un recente studio scientifico dell’Università di Münster, in Germania, pubblicato su Lancet Psychiatry, ha scoperto che i maltrattamenti subiti durante l’infanzia possono provocare cambiamenti strutturali nel cervello, alterandone la biologia.

Inoltre, i traumi subiti aumentano il rischio di sviluppare la depressione.

L’autore principale dello studio, il professor Nils Opel, ha dichiarato: “I nostri risultati aggiungono evidenza all’ipotesi che i pazienti maltrattati potrebbero essere clinicamente e neurobiologicamente distinti dai pazienti che non hanno subito maltrattamenti“.

Gli studiosi dell’Università tedesca hanno esaminato la correlazione tra maltrattamenti nell’infanzia e disturbo depressivo maggiore. Infatti, i maltrattamenti subiti dai bambini sono uno dei principali fattori di rischio ambientale per un decorso sfavorevole della malattia nel disturbo depressivo maggiore. Sia i maltrattamenti sia il disturbo depressivo maggiore sono associati ad alterazioni strutturali simili del cervello. Questa condizione suggerisce che i cambiamenti strutturali del cervello potrebbero mediare l’influenza negativa dei maltrattamenti sul risultato clinico nel disturbo depressivo maggiore.  Tuttavia, gli studi longitudinali non sono stati in grado di confermare questa ipotesi. Pertanto, i ricercatori tedeschi hanno puntato a chiarire la relazione tra trauma infantile, alterazioni strutturali del cervello e recidiva della depressione, in uno studio longitudinale.

Sono stati reclutati 110 pazienti con disturbo depressivo maggiore presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Münster, dalla Münster Neuroimage Cohort per la quale erano disponibili dati clinici longitudinali di due anni. I dati sono stati acquisiti sulla base di valutazioni cliniche, risonanza magnetica strutturale e valutazione retrospettiva dell’entità delle esperienze di maltrattamento infantile utilizzando un questionario sul trauma infantile. Le valutazioni cliniche di follow-up sono state condotte in tutti i partecipanti due anni dopo il reclutamento iniziale.

Dei 110 pazienti presi in esame 35 erano liberi da recidiva, mentre 75 pazienti avevano avuto una recidiva della depressione entro il periodo di follow-up due anni. Gli studiosi hanno accertato che il maltrattamento infantile era associato in modo significativo alla recidiva della depressione durante il follow-up.

Sia le precedenti esperienze di maltrattamento infantile che le successive recidive di depressione erano associate con una ridotta superficie corticale, soprattutto alla base dell’insula destra. Lo studio ha dimostrato che la superficie dell’insula cerebrale ha mediato l’associazione tra maltrattamento e successiva recidiva della depressione.

Le conclusioni dello studio sono che lo stress nei primi anni di vita ha un effetto negativo sulla struttura del cervello, che aumenta il rischio di decorsi sfavorevoli della malattia nella depressione maggiore. La ricerca clinica dovrebbe esplorare il ruolo dei maltrattamenti nell’infanzia come causa di un eventuale sottotipo clinicamente e biologicamente distinto del disturbo depressivo maggiore. L’obiettivo è quello di fornire un trattamento personalizzato ai pazienti depressi.

Una migliore comprensione di questi meccanismi è fondamentale per sviluppare o migliorare interventi adeguati al rischio per le persone suscettibili di un peggior risultato clinico a lungo termine“, spiega in un editoriale Lianne Schmaal.

Lo studio scientifico tedesco è riportato da Quotidiano Sanità.

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