chat shoa party parla Pellai
fonte: iStock – bambino controlla lo smartphone

Il commento dello psicoterapeuta Alberto Pellai al grave fatto di cronaca della chat condivisa da 25 ragazzi con video e immagini pedopornografiche e violenze.

Unimamme, ci ha colpiti molto il grave fatto di cronaca riguardante 25 giovanissimi, tra cui 16 ragazzi tra i 13 e i 17 anni che su WhatsApp partecipavano a una chat chiamata Shoah Party.

Chat pedopornografica: cosa dice uno psicoterapeuta

In essa, da diverso tempo si scambiavano foto o video pedopornografici e di efferate violenze su ebrei, malati e bambini.

A scoprire questo orrore è stata la mamma di uno dei ragazzini coinvolti che ha deciso di denunciare quanto accadeva. Lei l’ha fatto perché sentiva un dover civile, “ma anche perché non si può accettare che dei ragazzini divulghino oscenità e appelli in nome di Hitler o della Jihad. È assolutamente inconcepibile”.

Lo psicoterapeuta Alberto Pellai, padre anch’egli di 4 figli e da sempre vicino alle tematiche dei disagi giovanili, ha deciso di commentare l’accaduto.

“La notizia è orribile, nel senso letterale del termine. Spalanca abissi di orrori con cui mai avremmo immaginato di confrontarci come genitori.”

L’esperto sviscera le serie problematiche del mondo online che un bambino o un adolescente incontrano quando ci si confrontano.

“L’online non ha funzioni educative” sostiene l’esperto, al limite può avere questo aspetto se degli adulti sostengono un solido progetto.

In mancanza di ciò l’online è un luogo dove i giovani nutrono il cervello di sensazioni forti. Questo va di pari passo con la condizione fisiologica insita negli adolescenti e preadolescenti del sensation seeker. Avvertono il bisogno di piacere, di gratificazione immediata di forte eccitazione.

Il mondo online fornisce tutto questo. “Tutto è lì a portata di mano, istantaneo, fruibile. Ma nessuno è presente a dare un significato  “a quel tutto”.

Nessuno mette un limite, ma per crescere bene, soprattutto in un’età così delicata, i limiti servono.

Una volta, nemmeno troppo tempo fa, ricorda l’esperto, i ragazzi frequentavano associazioni, magari anche di carattere sportivo, l’oratorio, campi vacanze. Oggi invece i genitori odierni preferiscono tenere i figli al sicuro, in casa, in compagnia di apparecchi elettronici.

Secondo Pellai così pensano di tenerli fisicamente al sicuro. “Da pochi anni invece, ci sentiamo più tranquilli a tenerli chiusi nelle loro stanze, accolti e accuditi in luna park artificiali dove la loro voglia di diventare grandi è intercettata, iperstimolata e sregolata dalle peggiori esperienze: pornografia, youtubbing di pessima specie, videogiochi sparatutto e violenti, social in cui tutti possono dire tutto senza filtri, senza autoregolazione, senza alcuna attenzione empatica all’altro“.

Le critiche molto dure del terapeuta sono rivolte soprattutto ai genitori. “E’ incredibile constatare che psicosi collettiva abbiamo creato noi adulti rispetto ai potenziali pedofili che ci possono essere nella vita reale per poi lasciare i minori inermi e iperattivi nel territorio della pedopornografia, di cui questa orrida storia intitolata “The Shoah Party” presente oggi su tutti i media, ci dice che loro sono fruitori, diffusori, amplificatori.”

Pellai quindi, di nuovo, invita i genitori ad essere partecipi di tutto il mondo giovanile, anche e soprattutto di quello online. Lui stesso ha seguito personalmente i figli nell’esplorazione del mondo virtuale, iniziata quando avevano 15 anni.

Ecco cosa ha osservato nella sua esperienza diretta con i figli adolescenti: “come padre ho compreso che dopo aver messo nelle loro vite  le basi per vivere bene nel principio di realtà, al loro ingresso nell’online dovevo ricominciare tutto daccapo. Perché lì loro gestiscono una seconda vita, in cui spesso le regole della prima non valgono più. Ed è mia responsabilità, insegnar loro quelle regole, fargli comprendere il senso.  Perché si deve rimanere profondamente umani, immensamente etici, intelligentemente consapevoli anche nel villaggio virtuale”.

Pellai loda l’intraprendenza della mamma protagonista di questo fatto di cronaca e non la vede come un sopruso nei confronti del figlio, anzi ha disvelato l’orrore essendo di esempio per tutti noi.

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“Da anni invito i genitori a considerare che essere presenti nella vita online dei propri figli giovanissimi, non significa invadere la loro privacy, ma sostenere la loro crescita”.

Infine si appello di nuovo ai genitori, che svolgano il loro compito educativo per evitare che le energie dei giovani si orientino versa la costruzione non la distruzione.

Unimamme, cosa ne pensate di questo intervento su Famiglia Cristiana?

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