Parto

Che cosa succede nel momento del parto? Qual è la differenza tra i vari parti? Quali sono le fasi del parto? Cerchiamo di fare chiarezza.

parto e travaglio
Foto da AdobeStock

Lo hai aspettato a lungo e un giorno succede: qualche dolore, le acque si rompono, le contrazioni aumentano e… tra poche ore sarai madre! Oppure hai già stabilito col tuo medico il giorno in cui verrà al mondo il tuo bebè.

In ogni caso, il momento del parto è il più atteso e forse anche il più temuto da una futura mamma. Il test di gravidanza diventa positivo e, dopo il primo momento di emozione, arriva il pensiero del parto: pensiero che da lì non abbandonerà più la mente della futura mamma.

Come sarà? Farà tanto male? E io che cosa dovrò fare? Certo, nessuno potrà dissolvere del tutto quel velo di apprensione che ogni futura mamma porta con sé rispetto alle dinamiche del parto. Se è vero che ogni parto è a sé e ogni donna reagisce in modo diverso, possiamo fare chiarezza su come si svolge per cercare di farvi trovare preparate a quel fatidico momento.

Arrivare preparate è, del resto, l’unica via per esorcizzare un po’ la paura.

Se volete conoscere i vari momenti che precedono il parto, le dinamiche principali e i vari tipi di parto, seguiteci in questo percorso e o scoprirete. Partiremo dall’arrivo in ospedale ed esploreremo poi il parto naturale, quello cesareo, quello in acqua e anche le varianti più complesse come il parto indotto, quello podalico e quello prematuro.

Che cosa fare prima di entrare in ospedale per il parto

In realtà questa fase inizia a circa un mese dal parto, quando la futura mamma dovrà preparare tutto il necessario affinché sia a portata di mano il grande giorno.

Preparare la famosa valigia per l’ospedale è infatti un’operazione da gestire con tuta la calma, certo non dopo la foga del “mi si sono rotte le acque”. Una cosa da tenere sempre a mente è di portare con sé tutte le analisi e i documenti per l’ospedale, saranno fondamentali per il ricovero e per il parto.

Se la futura mamma ha seguito un corso preparto, consigliato da medici e ostetriche, riuscirà forse a gestire meglio l’ansia e la paura che comprensibilmente le verranno in quel momento.

Ma, nonostante la gioia di potere finalmente vedere ed abbracciare il proprio bebè sia unica per ogni mamma, il parto non è un’esperienza uguale per tutte. Esistono, infatti, diversi tipi di parto, e ogni parto poi rappresenta una esperienza unica per la mamma, che avrà i suoi tempi di ripresa e il suo periodo di adattamento. Tutte questi tempi fisiologici vanno assecondati e garantiti a ogni mamma.

Cercheremo, adesso, di darvi indicazioni generali su tutti i tipi di parto, per aiutarvi a comprendere quello che succederà nel momento in cui metterete al mondo il vostro bambino. Partiamo dal parto naturale.

Le fasi del parto naturale

Per parto naturale si intende un parto fisiologico, anche detto eutocico, che non viene accelerato o aiutato in alcun modo e in cui il bambino nasce spontaneamente. Se la gravidanza procede in maniera regolare e non ci sono complicazioni e se mamma e bambino si trovano in buono stato di salute, non c’è motivo per non fare il parto naturale.

Ma il parto, soprattutto quello naturale, non è uguale per tutte le donne. A cominciare dalla durata del travaglio e dal dolore che si prova, ma anche per quanto riguarda la medicalizzazione (se necessaria o meno), il tempo necessario al raggiungimento della dilatazione completa dell’utero.

leggi anche: Gravidanza: processo troppo medicalizzato secondo una neuropsicologa

Ci sono, però, delle fasi del parto che in linea generale corrispondono a quello che succede dall’inizio del travaglio alla nascita del bambino. Queste fasi sono:

  • fase dei prodromi
  • fase dilatante
  • fase espulsiva
  • fase di secondamento

Nella prima fase, quella dei prodromi di travaglio, il corpo della donna si prepara all’uscita del bambino. In particolare, i tessuti si modificano per consentire il passaggio del bambino: il collo dell’utero si assottiglia e si accorcia, diventando simile a un disco, la dilatazione arriva fino a 4 cm.

In questa fase, che non ha una durata specifica e può durare anche diversi giorni, la donna inizia ad avere le contrazioni con più o meno regolarità e ci può essere la perdita del tappo mucoso, ovvero una sostanza gelatinosa che chiude il collo dell’utero.

La durata della fase prodromica è quasi impossibile da calcolare. Dipende dalla condizione del collo dell’utero, che può essere più o meno favorevole a dare inizio al travaglio, e in alcuni casi addirittura potrebbe aver bisogno di un aiuto esterno.

La seconda fase è invece quella del travaglio vero e proprio. Inizia quando le contrazioni diventano più regolari e più intense rispetto a quelle dei giorni precedenti. Anche in questo caso non c’è una regola unica e generale per tutti i parti, dipende dal corpo della donna. In linea di massima le contrazioni avverranno ogni cinque minuti e dureranno al massimo 60 secondi.

In questa fase dilatante l’utero passa da 4 a 10 cm di dilatazione.

Come suggeriscono le ostetriche anche durante il corso preparto, non occorre precipitarsi in ospedale in questa fase del travaglio. E’ consigliabile cercare il modo più adatto per rilassarsi, fare una doccia o un bagno caldo, ascoltare della musica o mangiare qualcosa se non si hanno conati di vomito dovuti al dolore. In questa fase, infatti, aumenta la pressione a livello lombo-sacrale e la donna prova dolore. Anche in questo caso, non è detto che sia uguale per tutte: alcune donne potrebbero avvertire dolori a livello renale, sul pube e sulle cosce. Per cercare di alleviarlo può provare varie posizioni.

Nel frattempo aumenta costantemente la produzione di ormoni come l’ossitocina e le endorfine. Inizia così la fase del travaglio attivo, che precede il momento del parto.

Durante il travaglio attivo la donna arriverà alla dilatazione di 10 cm. Anche il bambino in questa fase diventa protagonista, spostandosi nel canale del parto e compiendo la rotazione interna con la testa per adeguarsi al corpo della mamma. E’ un gesto che il bambino compie spontaneamente, ma se è necessario l’equipe medica può aiutarlo con manovre specifiche. Nel frattempo la mamma proverà la sensazione di spingere fuori il bambino.

Infine, quello che dovrebbe succedere in questa fase, a dilatazione completa, ma può avvenire anche prima, è la rottura del sacco amniotico.

E’ in questa fase che la mamma inizia a sentire più dolore e può scegliere metodi naturali per alleviarli oppure optare per la parto analgesia. Si discute molto sui pro e i contro di questa tecnica, la verità è che il dolore e la sopportazione di esso è una cosa molto soggettiva e che la scelta deve essere in primis della mamma, perché è lei che deve sopportare il dolore e che conosce il suo corpo.

Tra i metodi naturali per alleviare il dolore c’è sicuramente lo stare in movimento e cercare una posizione più consona.

A questo punto inizia quella che viene definita “la fase latente“: ovvero un momento in cui l’utero si prepara ad espellere il bambino e le contrazioni si attenuano. E’ in questa fase che la mamma può riprendere le forze e prepararsi a spingere.

Inizia così la fase espulsiva, in cui la donna sente il bisogno irrefrenabile di spingere perché il bambino si fa strada nel canale del parto con rotazioni che lo avvicinano sempre di più alla vagina. Una volta che si intravede la testa, con qualche altra spinta esce completamente.

La posizione da assumere durante la fase espulsiva deve essere scelta dalla mamma. Anche se non sempre è così, in realtà la donna può partorire nella posizione a lei più consona in quel momento.

Che scegliate quindi il parto in casa, quello in ospedale, quello in acqua, se non c’è la necessità di stare distesa sul lettino e se il medico non ha bisogno di intervenire, fate quello che vi sentite.

Può capitare che il parto naturale non proceda sempre in modo lineare. Nel caso in cui il bambino o la mamma dovessero rischiare, l’equipe medica e ostetrica saranno pronti ad intervenire con alcuni strumenti per aiutare la fuoriuscita del bambino.

Questo tipo di parto si chiama distocico. Anche quando viene indotto il parto naturale si utilizza questo termine, che lo differenzia invece dal parto naturale eutocico, quello in cui il parto vaginale avviene senza l’aiuto di strumenti e senza stimolazione. Potete trovare un approfondimento qui, se volete conoscere le differenze tra queste due tipologie di parto naturale.

Il parto cesareo

Non sempre, però, il parto può essere naturale. A volte ci sono complicazioni che richiedono l’intervento chirurgico, oppure situazioni dove è importante optare per il parto cesareo per il benessere della mamma e del bambino.

Vediamo, quindi, in cosa consiste questo tipo di parto, quali sono i rischi e le conseguenze e qual è il decorso post operatorio.

Per parto cesareo si intende appunto quella pratica chirurgica che si attua in circostanze di rischio per la mamma e il bambino. E’ una operazione chirurgica a tutti gli effetti, con un decorso post operatorio e una convalescenza.

Ecco perché è fortemente raccomandato di optare per il parto cesareo solo in condizioni di effettiva necessità. Tra i motivi per cui il medico sceglie il parto cesareo ci sono quelli legati alla salute della mamma o del bambino, ad esempio:

  • se la mamma ha la placenta previa che ostruirebbe il passaggio del bambino
  • se la mamma soffre di preeclampsia o eclampsia (gestosi)
  • se c’è il rischio di emorragia o ci sono delle deformazioni e patologie dell’utero come fibromi, miomi ecc
  • se il bambino è troppo grande o è podalico
  • se il bambino è in sofferenza, soprattutto cardiaca (cosa che si riscontra con il monitoraggio)
  • nel caso di gravidanze gemellari di solito si preferisce il cesareo

In generale, prima di effettuare un parto cesareo programmato, di solito si fa un pre ricovero, per valutare la salute della mamma e del bambino e preparare l’operazione.

Se invece il cesareo avviene di urgenza perché le condizioni al momento del parto non consentono il parto naturale, allora bisognerà fare tutti gli accertamenti al momento del parto.

L’operazione si svolge in pochi minuti, circa 20, ma nella fase preparatoria si fanno accertamenti sulla salute di mamma e bimbo, un monitoraggio e un consulto con l’anestesista.

L’operazione del taglio cesareo consiste, appunto, in un taglio che viene effettuato sull’addome della mamma per raggiungere l’utero: si taglia la pelle, si taglia il grasso addominale, poi si tagliano i muscoli, infine la parete uterina. A questo punto si estrae il bambino, si aspetta il secondamento, ovvero l’espulsione della placenta, e si ricuce tutto: all’interno verranno messi dei punti riassorbibili, all’esterno di solito delle graffette o un filo di sutura, che verranno rimossi prima delle dimissioni.

leggi anche:Parti cesarei in aumento: un fenomeno destinato a crescere, perché?

Il parto cesareo è una operazione chirurgica vera e propria e, come tale, ha i suoi rischi, sia per la mamma che per il bambino.

Le donne che partoriscono con il cesareo vanno incontro a

  • complicazioni nelle gravidanze e nei parti successivi (placenta previa, placenta accreta, ecc)
  • un post parto più doloroso con maggiori rischi di contrarre infezioni
  • maggiori problemi di attaccamento e allattamento al seno rispetto alle donne che hanno partorito naturalmente

Per il bambino invece, il parto cesareo è meno stancante rispetto a quello naturale, dove partecipa attivamente, ma può risultare più traumatico perché non riesce subito ad adattarsi alla vita extrauterina. Ci sono poi una serie di possibili rischi per i bambini nati con il cesareo, tra cui

  • rischio di infezioni
  • rischio di sviluppare malattie dell’apparato respiratorio e allergie
  • minore capacità muscolo scheletrica nelle pressioni fisiologiche della crescita
  • rischio di obesità

Ecco perché le mamme che partoriscono con il cesareo devono essere informate su tutto per avere una visione completa e cercare di arrivare preparate. Molte donne infatti, timorose dei dolori del parto naturale, chiedono di partorire con il taglio cesareo perché non sono effettivamente a conoscenza di quanto sia comunque doloroso il decorso post operatorio e di quali rischi comporti.

C’è poi un tipo di parto cesareo che viene chiamato il “cesareo dolce” o metodo Starck, dal nome del medico che lo ha ideato e messo in pratica. Consiste in una operazione più lieve, che cerca anche di rispettare la psicologia della mamma e di coinvolgere il papà e tutta la famiglia per rendere l’operazione meno traumatica.

Le donne che partoriscono con questa tecnica vengono accompagnate dal papà in sala parto, che assiste alla nascita anche se dei teli copriranno la parte in cui si sta svolgendo l’operazione.

Dopo la nascita, il bambino verrà appoggiato addosso alla mamma e lì verranno effettuati tutti i controlli e le analisi. Questo contatto pelle a pelle con la mamma, come avviene nel parto naturale, favorisce l’adattamento del bambino al mondo esterno, il legame tra mamma e figlio e l’attaccamento al seno.

I benefici di questo tipo di cesareo sono stati oggetto di numerosi studi. Purtroppo, però, solo alcuni ospedali italiani lo praticano, anche perché i medici e le ostetriche devono seguire un corso specifico.

Se volete approfondimenti su tutto ciò che riguarda il parto cesareo o su questo tipo di cesareo dolce, potete leggerli qui.

Il parto in acqua

Il parto in acqua è un tipo di parto che avviene, appunto, in immersione in una vasca.

E’ una innovazione recente nell’ambito della ginecologia e, se è vero che i benefici sono stati accertati per mamma e bimbo, è vero anche che tutti i rischi non sono ancora stati valutati.

Si parla di “parto” in acqua, ma in realtà si può scegliere sia di fare il travaglio in acqua e il parto fuori, oppure fare in acqua solo la fase finale del travaglio e il parto vero e proprio.

In entrambi i casi la mamma potrà alleviare i dolori grazie alla azione rilassante dell’acqua calda, che dovrà essere ad una temperatura costante di circa 37 gradi centigradi. Si rilasserà la muscolatura e il pavimento pelvico, rendendo i tessuti più elastici e riducendo i tempi.

Il travaglio in acqua consente anche di ridurre il dolore delle contrazioni e fare arrivare la mamma con più energie alla fase finale delle spinte. Inoltre, le consente di cambiare posizione e di alleggerire la pressione sulla schiena e le gambe.

Un altro importante fattore da considerare è che il partner potrà essere presente per tutto il parto e in alcuni casi potrà entrare in acqua con la mamma.

Bisogna ricordare innanzitutto che non tutte le strutture ospedaliere e private sono attrezzate per questo tipo di parto, che necessita di strumentazione specifica e di personale ostetrico formato. La vasca, ad esempio, deve avere una forma specifica per consentire il movimento e deve avere un ricambio di acqua per questioni di igiene.

Dunque, se state optando per questo tipo di parto, innanzitutto chiedete alla struttura dove avete scelto di partorire se sono attrezzati. Poi sappiate anche che ci sono dei corsi preparto dedicati a questo tipo di parto, dove potrete trovare risposta a tutti i vostri dubbi.

Per quanto riguarda i rischi, una delle preoccupazioni più comuni è sulla respirazione del bambino. In realtà, i bambini hanno il “riflesso di immersione“: finché sono immersi in un liquido, ovvero il liquido amniotico prima e l’acqua della vasca dopo, i bambini non iniziano ancora a respirare autonomamente. Solo quando l’ostetrica lo tirerà fuori dall’acqua inizierà a farlo. Infatti, uno dei benefit del parto in acqua è proprio quello dello stress ridotto per il bambino, che non passerà subito alla vita extrauterina in modo traumatico ma attraverso questo passaggio in acqua.

Un rischio concreto che potrebbe verificarsi è quello delle infezioni: la vasca che accoglie la partoriente deve essere tenuta costantemente pulita, anche per i liquidi del parto, sangue, urine e feci. Ecco perché è bene assumere una ostetrica specializzata anche se decidete di farlo in casa e accertarvi che ci siano le massime condizioni di igiene e il ricambio dell’acqua.

Per il resto, se la gravidanza è sana e fisiologica ed è al termine, se mamma e bimbo stanno bene, non ci sono controindicazioni per il parto in acqua. Ma è bene specificare che in alcune circostanze il parto in acqua è sconsigliato:

  • se il bambino è podalico
  • se si tratta di una gravidanza gemellare
  • se il parto è indotto
  • se ci sono patologie della mamma come diabete, eclampsia, placenta previa o accreta, malattie infettive
  • se risulta difficile monitorare il battito del feto
  • se il parto è prematuro o se il bambino è in sofferenza

Infine, per quanto riguarda i costi, dipende ovviamente se il parto viene fatto in una struttura pubblica o convenzionata o se viene fatto in casa. In tal caso ci sarà il costo per il noleggio della strumentazione e il costo per la prestazione ostetrica.

Il parto indotto

Il parto indotto è un parto naturale ma che viene stimolato attraverso alcuni espedienti. L’induzione serve a far avviare le contrazioni e a far avviare il parto. Può durare poche ore o diversi giorni, dipende dalla donna.

Ma ci sono degli step che vengono seguiti. Si inizia con la stimolazione delle membrane, che viene fatta dal medico o dall’ostetrica. Se questa non sortisce effetti, si passa al gel di prostaglandine artificiali, che può essere applicato fino a quattro volte. Se neanche in quel caso il travaglio si avvia, l’ostetrica procede alla rottura del sacco amniotico, che dovrebbe indurre le contrazioni. Ma può capitare che neanche questo avvii il travaglio, a quel punto verrà somministrata alla mamma una flebo di ossitocina, che renderà il processo più doloroso ma dovrebbe anche velocizzare il travaglio.

Ci sono poi altri metodi, sperimentali o poco utilizzati ma che vogliamo comunque elencarvi

  • il metodo del palloncino: si inserisce un palloncino nella vagina che si dilata quando arriva al collo dell’utero ed avvia una stimolazione meccanica per cercare di rompere le membrane. Questa tecnica è in fase di sperimentazione
  • Metodo Benderelle. In questo caso si utilizzano delle fettucce di circa 15 cm che sono come degli assorbenti interni. inserite in vagina, rilasciano prostaglandine artificiali lentamente. Questa tecnica è utilizzata perché il rilascio graduale avvierebbe le contrazioni in modo più tranquillo

Come dicevamo, il parto indotto non ha tempi certi perché dipende dalla reazione del corpo della donna alle varie fasi di stimolazione. Ecco perché non si effettua sempre, solo nel caso in cui le circostanze lo richiedano.

Ad esempio, quando si è a 41 settimane di gestazione, oppure quando ci sono rischi per la salute della mamma o del bimbo.

Il parto indotto non è però esente da rischi.

Con un parto indotto aumentano le probabilità di ricorrere all’intervento medico durante il parto. E’ stato anche dimostrato che con la stimolazione aumenta il rischio di ricorrere al cesareo.

Ci sono alcuni effetti collaterali per la mamma come nausea e vomito e poi l’aumento dei dolori dovuti alla stimolazione.

Infine, è necessario monitorare costantemente il bambino, che sotto lo stress della stimolazione potrebbe andare in sofferenza.

Il parto podalico

Il parto podalico si verifica quando, al termine della gravidanza o a travaglio già avviato, il feto non si presenta con la testa in giù, incanalato nel canale del parto, ma con i piedi o il sedere in giù.

Se il bambino è in questa posizione, il medico potrebbe optare per il parto cesareo. I bambini, infatti, sono più grandi verso la fine della gestazione, non riescono a muoversi agilmente e dunque è difficile che possano girarsi. Il rivolgimento del feto dovrebbe avvenire spontaneamente tra la 28esima e la 32esima settimana di gestazione.

Di solito, nel parto eutocico, ovvero quello che si compie spontaneamente senza supporto medico, il bambino verso la 30esima settimana di gestazione assume spontaneamente la posizione che favorisce il parto. Si mette, quindi, a testa in giù e con le braccia raccolte. Questa posizione consente un passaggio meno problematico nel canale del parto.

Se intorno a queste settimane di gestazione il bambino non si trova nella posizione corretta, si definisce “podalico”. Il medico effettua delle manovre esterne sull’addome, un’operazione delicata che richiede massima esperienza e abilità, che inducono il bambino a girarsi.

Ci sono anche altre tecniche, che vanno sempre e comunque eseguite da mani esperte, alcune riguardanti anche la medicina cinese ed omeopatica: la tecnica che utilizza la moxa ad esempio. La moxa è un sigaro fatto di erbe medicinali che in medicina cinese viene utilizzato con diverse formulazioni, a seconda del tipo di problema che si vuole trattare. La combustione del sigaro, messo in punti specifici del corpo, dovrebbe stimolare il feto a rigirarsi e mettersi in posizione cefalica. La futura mamma potrebbe adottare delle posture particolari e fare esercizi specifici per favorire il movimento del feto.

La posizione podalica può non dipendere da nessun fattore, oppure può essere collegata a diversi fattori di rischio:

  • quando ci sono complicanze alla placenta (placenta previa, accreta, anteriore)
  • quando c’è molto liquido amniotico che consente una maggiore libertà di movimento al bambino, che quindi riesce a girarsi anche alla fine della gestazione
  • quando ci sono malformazioni dell’utero oppure fibromi, miomi e altre patologie
  • quando ci sono malformazioni fetali o del cranio
  • quando la mamma ha preso troppo peso durante la gravidanza
  • quando si tratta di una gravidanza gemellare

Il parto podalico non viene quasi mai effettuato se non di urgenza. Il medico cercherà di far girare prima il bambino oppure opterà per il parto cesareo perché è un parto rischioso, ma non impossibile. In alcune condizioni il medico potrebbe ritenere opportuno e meno rischioso il parto podalico.

LEGGI ANCHE: Rivolgimento podalico alla 37°settimana di gravidanza 

I problemi legati al parto podalico possono essere:

  • asfissia neonatale, causata dal fatto che la testa potrebbe rimanere intrappolata nel canale del parto. Essendo, infatti, il corpo del bambino più piccolo rispetto al cranio, potrebbe iniziare ad uscire quando la dilatazione non è completa
  • prolasso del cordone ombelicale che, uscendo insieme alle gambe, potrebbe rimanere compresso nel canale del parto e non fare arrivare ossigeno al bambino
  • danni neurologici e paralisi cerebrale del feto in caso di complicazioni
  • displasia dell’anca del neonato
  • paralisi del plesso brachiale del neonato
  • morte perinatale

Se la gravidanza viene controllata e monitorata, in caso di posizione podalica del feto verranno presi in considerazione alcuni parametri come la quantità di liquido amniotico, la posizione della placenta, la crescita fetale. Il medico valuterà poi come procedere.

Il parto prematuro

Il parto prematuro è per definizione quello che si verifica prima della 37esima settimana di gestazione.

Se il bambino nasce prima delle 32 settimane e con un basso peso, circa 1,5 kg, possono esserci delle complicanze e dei rischi anche seri.

Una futura mamma pensa al momento del parto fin dai primi giorni della gravidanza. Se la speranza di tutte è quella di vivere un travaglio tranquillo e un parto spontaneo e naturale, non sempre le cose vanno così.

Può capitare che in un momento inaspettato della gravidanza ci siano perdite improvvise di sangue, rottura delle membrane o delle acque, contrazioni improvvise e ravvicinate e che si debba correre in ospedale.

E’ importante fare sempre caso ai sintomi che possono essere preoccupanti. E’ anche importante fare dei controlli medici durante la gravidanza per valutare la salute vostra e del vostro bimbo ed evitare sorprese. Il parto prematuro, pur avendo dei rischi, non è necessariamente problematico. Oggi, poi, la medicina neonatale ha fatto enormi progressi e i bambini nati prematuri hanno delle ottime prospettive di vita e di sopravvivenza.

Un bambino che nasce prematuro non ha ancora completato la sua formazione nel grembo materno e dovrà farlo fuori. Questo può portare a una serie di rischi, i più gravi sono il ritardo o la paralisi cerebrale. La mamma, invece, potrebbe andare incontro a dei problemi durante il travaglio. In generale, i rischi maggiori per mamma e bimbo sono per i parti che avvengono prima della 32esima settimana.

A volte, però, il parto prematuro è legato a fattori genetici o non ha cause apparenti. Ci sono alcuni consigli per prevenire il rischio di parto prematuro. Tra questi ricordiamo

  • riposare sul fianco sinistro
  • bere almeno due litri di acqua al giorno e svuotare la vescica spesso, anche ogni due ore durante il giorno
  • evitare caffè e bevande gasate
  • evitare stimolazione dei capezzoli e, se è necessario, i rapporti sessuali
  • evitare i pesi e sforzi, anche prendere altri bambini in braccio

Infine, non bisogna sottovalutare l’aspetto psicologico. Avere un parto prematuro per i genitori può essere difficile da affrontare. La mamma soprattutto potrebbe avere problemi nella ripresa e potrebbe cadere nella depressione post parto, soprattutto perché il bambino non torna a casa con lei ma rimane in terapia intensiva neonatale finché le sue condizioni di salute non saranno ottimali.

Ecco perché è importante che ci sia un sostegno per la mamma e un contatto costante dei genitori con il piccolo, i cui benefici sono stati trattati anche a livello scientifico perché determinano una ripresa più veloce ed efficace.

Ecco quindi che termina il nostro viaggio nel magico mondo del parto. Voi unimamme sapevate già come avvengono i vari tipi di parto? Quali sono i rischi legati ad ognuno di essi e quali condizioni determinano la scelta?

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